In questo post si cerca di rendere un piccolo omaggio ad una grande leggenda: Tomas Milian, eroe di ogni Frontiera, che – appena compiuti gli 84 anni – ha raggiunto i pascoli del Cielo lo scorso 23 marzo. E si cerca di farlo nel modo più personale possibile, che vuol dire tra lontane reminiscenze e libere digressioni (senza pretese di particolare originalità): quasi un flusso di coscienza, in origine, ma in séguito riordinato il più possibile.
Probabilmente la ricerca del tempo perduto è innescata anche dal fatto che, in quella medesima plumbea giornata, un’altra icona della nostra fanciullezza ha lasciato – novantenne – questa valle di lacrime e questa terra di veleni: Felice “Cino” Tortorella, alias Mago Zurlì, per mezzo secolo anima televisiva dello Zecchino d’Oro e poi iniquamente giubilato dagli organizzatori dell’Antoniano, i quali ora – con tardiva resipiscenza – si apprestavano ad onorarlo nella prossima edizione (dovranno farlo alla memoria / che Dio lo abbia in gloria).
Un uomo che cinquant’anni fa, nel cuore dell’Emilia Rossa ove operava, giustamente ebbe il coraggio di non ammettere una canzone di propaganda intitolata “Bambino Vietnamino”. Basterebbe questo, a garantirgli un posto nel Pantheon wayniano – e miliusiano – di Alamo.


[Era già tutto pronto o quasi, ancora prima che partisse – giovedì 6 aprile – una selezione di film con Tomas Milian allegata al Corriere dello Sport; e che, sulla pagina Facebook di quest’ultimo, un esecrabile oligofrenico agit-prop (di quelli che hanno portato il cervello all’ammasso, o se lo sono proprio fottuto a suon di canne) bollasse il Nostro come “anticomunista, anticastrista, antiguevarista…” – musica per le mie orecchie, vedi tweet in appendice – e non sto qui a ripetere il séguito, con i veri insulti nonché menzogne e fregnacce, ma ci tengo a trascrivere la sacrosanta replica di un altro utente che non si peritò di concedere al losco figuro un’immeritata attenzione: “Sciacquati la bocca, pezzo di merda”.

Io non amo perdere il poco tempo che abbiamo con gli innumerevoli stronzi naturali o zelanti picciotti del trolling ideologico, a meno che essi – in ipotesi – mi aggrediscano direttamente, e credo altresì che il completo disinteresse (a costo di mordere il freno) sia in generale l’atteggiamento migliore; però quella sgradevole esperienza mi ha permesso di capire quanto fosse stato giusto scrivere questo pezzo, che – al netto dell’appendice di stretta attualità – è uno “Straight to the Alamo”, per poi rilanciarlo ovunque].

I miei primi ricordi cinematografici, in sala, risalgono alla seconda metà degli anni Sessanta; e si riferiscono ad un paio di esercizi parrocchiali, tra il paese natìo Torrita di Siena ed il vicino paese d’origine Asciano, in cui allora sarò entrato sì e no una dozzina di volte (naturalmente con accompagnatori adulti, parenti o insegnanti): i film western – forse un po’ sforbiciati ad usum Delphini – la facevano da padroni, insieme con i lungometraggi di Laurel & Hardy (sia nati come tali, ad esempio «Muraglie», sia allestiti cucendo insieme tre o quattro comiche two-reels); senza dimenticare le farse di Franchi & Ingrassia, ovvero – definizione, tutt’altro che spregiativa, di Tullio Kezich – gli “Stanlio e Ollio sottoproletari, manovali della risata facile” (ricordo «I due crociati», visto di mattina con la scuola, in quarta o quinta elementare).

[«Concerto per pistola solista», di Michele Lupo – 1970, sarebbe stato invece invece il mio primo film da spettatore solista, a tredici anni, pomeriggio dell’8 dicembre ’73 o giù di lì: un giallo whodunit alla Christie, di ambientazione anglosassone ma produzione italiana, con Gastone Moschin e la cantante lirica Anna Moffo. Rimasi un po’ turbato dalla scena d’apertura, riproposta anche più avanti, in cui un colpo di mazza da golf portava allo scoperto la mano di un cadavere mal sotterrato nel green.

Orchidea De Santis in «Concerto per pistola solista» («The Weekend Murders», 1970)

Il poster affisso presso il circolo Acli era quello a sinistra, ovviamente, o qualcosa di altrettanto misurato; se fosse stato uguale a quello spagnolo, che sembra più uno zombie-horror di George A. Romero, sono convinto che io non ci sarei andato e forse, nella medesima sede, nessun altro avrebbe potuto farlo.
Ad un certo punto ebbi però modo di apprezzare qualcosa che in un vero mystery di Dame Agatha avrebbe trovato ancor meno posto, ovvero il mio primo boobs-flash (in the night) sullo schermo, sempre parrocchiale. Il che risultò sì un momento di gloria per la qualità dell’anatomia fuggevolmente esibita da Orchidea De Santis – riconosciuta col senno di poi, anche in base al frame sotto ai due poster –  ma ancora di più per una pittoresca blasfemìa di s-concerto che risuonò nella platea quasi vuota, comunque in assenza del curato, da parte di una nonna lì seduta con la nipotina e le amichette: “D. ghiotto!“. Versione emendata per la missione francescana di Alamo, ovviamente, ché oggi a bestemmiare in pubblico (ed in maniera ben più pesante, con espressioni tipo “C. si è fatto peccato, si è fatto diavolo, serpente, per noi“) già provvede un altro latino-americano de Roma].

Mi pare di aver visto per la prima volta proprio là, in quella saletta torritese (nei pressi della scuola elementare Edmondo De Amicis), un capolavoro come «Quel treno per Yuma / 3.10 to Yuma» – risalente al decennio prima – di Delmer Daves, con Glenn Ford e Van Heflin.
Mi dispiace che per il remake di James Mangold, pochi anni fa, non sia stata considerata imprescindibile – come credo sia per qualunque appassionato – la meravigliosa ballata di Frankie Laine:

In modo diverso è andata per l’ancor più recente remake de «I Magnifici Sette», peraltro spettacolare, che non ha utilizzato il tema di Elmer Berstein – riarrangiato da James Horner, sua opera ultima – per esaltare il pubblico fin dall’inizio e nel corso dell’azione, ma lo ha assurdamente confinato nei titoli di coda.
Ho scritto “in modo diverso” perché non saprei dire se sia meglio o peggio, rispetto alla completa rinuncia di «Yuma»; ma, sotto questo profilo, è forte la tentazione di inserire anche il regista Antoine Fuqua – o chiunque ne sia il responsabile – nella rubrica di Cuore “Vergognamoci per lui”, insieme con il collega Mangold.

Di sicuro, nel suddetto cinemino, vidi uno spaghetti-western che apprezzai a tal punto da non dimenticare più il nome dell’eroe-gunfighter: Luke Chilson. Del titolo nostrano, invece, non sono sicuro: l’Internet Movie Database riporta come originale «El precio de un hombre» (si trattava di un coproduzione italo-ispanica: i detrattori del filone direbbero “ciociaro-andalusa”), «The Ugly Ones» per il mercato internazionale e «The Bounty-Killer» per il nostro. Così risulta anche secondo il Dizionario dei Film, SugarCo – 1990; però mi riservo di controllare – appena possibile – su una guida tascabile al western autarchico, che comprai a Firenze nel ’78 (durante le operazioni di leva militare): la parola “Killer” c’era senz’altro ma “Bounty” non mi convince appieno, per gli anni ’60 (e l’articolo “The” ancora di meno).

Questa magnifica locandina sotto, d’altronde, fu certo approntata per una redistribuzione: si deduce da quel titolo barocco al limite dell’auto-parodìa (una tendenza che si affermò nella fase calante del genere, o sottogenere), ma soprattutto dall’evidenza garantita al nome dell’antagonista – ormai divenuto una star – tanto da “venderlo” come il protagonista del film, che era appunto il cacciatore di taglie (e qui – almeno – il nome di richiamo commerciale aveva una parte che, pur diversa da quella dichiarata, era comunque di quasi altrettanto rilievo; le riedizioni ci hanno abituato a specchietti per le allodole ben più ingannevoli, in termini di screentime: attori che agli esordi avevano avuto ruoli da comprimari – o anche meno – e che, una volta diventati famosi, venivano “sparati” in cima al manifesto nuovo di tipografia).

Comunque sia, tutto questo è per dire che nel ruolo del bandido messicano José Gomez c’era appunto Tomás Quintín Rodríguez Milián, di séguito ancora Tomas Milian senza accenti, al suo primo film popolare dopo una serie di pellicole impegnate con Visconti, Bolognini, Pasolini, Maselli ed altri (il good guy Luke Chilson, invece, era l’attore inglese Richard Wyler; ma il cast vantava un altro grandissimo: Mario “Fascio a me?!” Brega, nel ruolo di Miguel).

L’attore dell’Avana aveva lasciato la sua patria, un paio d’anni anni prima che Fidel Castro avesse il sopravvento instaurando la dittatura, e non vi era più tornato a causa dell’avversione per quest’ultima (come dire “El precio de la Libertad”):
http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/marco-giusti-80-voglia-tomas-milian-cubano-de-roma-romano-de-cuba-51885.htm

Dopo un breve periodo a Hollywood, era approdato sui nostri lidi nel 1959 fino a prendervi stabile dimora (pur rimanendo sempre un attore internazionale, vedi ad esempio i più recenti «JFK» di Stone, «Amistad» di Spielberg e «Traffic» di Soderbergh). Come dichiarò nella seguente intervista a Giancarlo Dotto, lui non solo era naturalizzato ma ormai proprio si sentiva italiano e precisamente romano: colpisce la sua nobile riconoscenza verso “Er Monnezza”, affettuosamente nominato nel titolo dell’autobiografia, a fronte di star che ostentano insofferenza – o indifferenza, nel migliore dei casi – verso il character cui devono la popolarità. Quel greve e pregnante appellativo romanesco – che sarebbe d.o.c. solo per il ladruncolo Sergio Marazzi, 5 film – ha finito per imporsi sugli altri personaggi della filmografìa, nell’immaginario collettivo e nella coscienza dell’interprete medesimo; ma per scrupolo filologico va precisato che la principale maschera capitolina di Tomas Milian – 11 film – è il maresciallo e poi ispettore Nico Giraldi, già ladro a sua volta col nomignolo “Er Pirata”.

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/monnezza-forever-ultima-intervista-tomas-milian-by-dotto-io-come-144396.htm

Prima dell’evoluzione “trucida” il giovane divo de la pelicula era apparso in film di ogni genere, in modo particolare polizieschi seri tipicamente anni ’70 (anzi “poliziotteschi”, come li definiva la critica lib-dem-antifà) e, appunto fin dagli anni ’60, parecchie horse-operas di casa nostra (storie violente, anche quelle, o più di rado picaresche): Tomas faceva ora il buono ora il cattivo, il desperado senz’altra causa che sé stesso o il revolucionario del turbolento Messico fra XIX ed inizio XX secolo (proprio lui, anticastrista, come sottolineava Marco Giusti al precedente link), nei cosiddetti western “populisti” scritti dallo specialista Franco Solinas o da altri, quali il dittico «Corri uomo corri» / «La resa dei conti» di Sergio Sollima e «Tepepa» di Giulio Petroni con – nientemeno – Orson Welles in veste di attore. (Quando “populismo” non era ancora diventata quella parola-manganello che oggi tutti i sinistrorsi, da Bergoglio a Renzi fino alla Cupola global-islamista di Bruxelles, usano contro chi – a differenza del capintesta canadese Trudeau – sappia farsi interprete della maggioranza nazionale, silenziosa ma pervicacemente “non corretta”).

Milian fu anche il primo Rambo dello schermo. Aveva amato il romanzo «First Blood» di David Morrell, uscito nel 1972, e coltivato il desiderio di portarlo su pellicola: qui non era stato possibile, soprattutto per ragioni di budget, però lui volle mutuare almeno il cognome del Berretto Verde per l’eroe del suo action «Il Giustiziere sfida la città», diretto da Umberto Lenzi. Tra l’altro, dopo gli inizi con Pino Locchi ed altri, il suo doppiatore pressoché fisso era diventato Ferruccio Amendola (come sarebbe poi accaduto per Sylvester Stallone). Quindi, anche se quel cognome esiste – c’era un Dack Rambo, per dire, nel cast di «Dallas» – e insomma non se lo inventò Morrell, oggi fa un effetto piacevolmente curioso risentire un pre-Rambo con la voce che ci è familiare ma senza la fisionomia di Sly.


Tomas – nome che sembra contenere l’avverbio spagnolo “più” – era divertente anche fuori scena. Per esempio, nella trasmissione anni ’80 sul western all’italiana, condotta da Duccio Tessari (brillante sceneggiatore del leoniano «Per un pugno di dollari» ed a sua volta regista di cinque western, fra cui i due «Ringo» con Giuliano Gemma), rievocò un ciak durante il quale non si era fatto problemi a gettarsi in una pozzanghera di letame, però – a domanda – soggiunse che per le scene davvero pericolose si avvaleva dello stuntman:

No-no… Io fino alla merda, ci arrivo; ma la vita per il cinema…

(Ilarità evidente da parte di Tessari, sia pure smorzata con amena affettazione).

Rendo omaggio a Milian con un video di Youtube. Ne scelgo uno già presente da anni su quella piattaforma (anziché attingere da quelli aggiunti da poco, nel triste frangente), perché gli eroi – come «El Cid» Campeador / Charlton Heston nell’inquadratura finale del film di Anthony Mann – non smettono mai di cavalcare liberi e indòmiti.
Vaya con Diòs, Tomás. Il “più” ed il meglio di Cuba (con Andy Garcia, che a sua volta ti diresse). Hai avuto almeno la soddisfazione di rivedere l’Isola e di sopravvivere – non quanto avresti meritato – al falso revolucionario, ed autentico criminale antiumano, che della tua permanenza in esilio – pur dorato e volontario – fu il principale responsabile (un malfattore tuttora glorificato come benefattore, per quelle conquiste sociali, assai speciose, che alla ben più morbida e consensuale autocrazia ducesca non valgono neppure come attenuante).

Keep on running, Cuchillo.

Marco Valori

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STILETTATE PER “CUCHILLO”

03 aprile 2017

(MV)

– L’Elogio della Follia, già lo conoscevo. Quello del Chaos, però, mi mancava.

–  L’Elogio della Follia, lo conoscevo. Quello de ‘a Fregnoneria, me mancava.

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Ma i cospirazionisti non si riposano mai?
Non fanno lo spring-break a Daytona Beach per poi, in pieno hangover, dire cose molto più sensate?

Lorenzo Benzi “Ha stato Putin!”

MV Farebbero bene a ricordare la carneficina nel Teatro Dubrovka di Mosca (2002) e quella, particolarmente orribile, nella Scuola di Beslan (2004)…

Lorenzo Benzi
ricordo bene la scuola, ma non il teatro. C’erano di mezzo i ceceni in ambedue?

MV Sì, Lorenzo, nel primo caso anche di sesso femminile: le famigerate “Vedove Nere” cecene. Furono fatte secche, con gli altri terroristi, dall’irruzione dei reparti speciali; ma purtroppo non senza assassinare una parte degli spetttatori.

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06 aprile 2017

http://www.imolaoggi.it/2017/04/06/il-bianco-e-purezza-nivea-costretta-a-ritirare-la-pubblicita-perche-razzista/

“Il bianco è purezza”:
– non va bene, per la Nivea;
– va bene per la neve con cui i PC si sono fottuti il cervello.

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07 aprile 2017

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/reati-serie-foglio-marocchino-lui-si-sposa-e-giudice-concede-1383140.html

Negli USA si potrà anche ottenere la Green Card.
Ma qui si concede, a tutti, una Carta Arcobaleno.

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The Patriot Nation
con Darrell Whisman e Tracy Howe Miceli.
 
7 aprile alle ore 4:40 ·

Yeah, remember those WMDs that Democrats said Bush lies about…?

Surprise, surprise, surprise…

(MV)
So sad to said. The time is a fair gentleman.
But some people are dirty rotten scoundrels.

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Questi 59 missili sulla Siria di Assad faranno andare in cortocircuito tutti gli antitrumpisti a prescindere e quelli che in lui vedevano un amicone di Putin, troppo interconnesso sul piano degli affari privat per andargli contro.

Dal mio punto di vista personale, lo so che è facile e so pure che i missili non sono la soluzione di nessun problema (a meno che non siano davvero tanti e terminali) ma è innegabile che c’è una certa soddisfazione di pancia nel vedere una reazione forte a un’azione indegna. Sia chiaro: lo capisco che è una debolezza tutta umana, ma tant’è.

(MV) – Sono integralmente d’accordo, e in empatia, con lo status.
Chi mi segue sa che una delle mie frasi preferite è la risposta della vedova Emma Cullen (Haley Bennett) a Sam Chisolm (Denzel Washington):
… So you seek revenge?
– I seek righteousness, as should we all… But I’ll take revenge.

P.S. – Questo era, inizialmente, il mio commento sulla pagina di cui (parola per parola: né più, né meno) sottoscrivo e condivido la nota. Poi stavo per ritirarlo da quella sede, mantenendovi il semplice like, perché la vita non è abbastanza lunga da indurmi a perdere tempo con – eventuali – saccenti attaccabrighe, fra i tanti analisti di pronto intervento social con la verità in tasca e la creanza in soffitta. Ci siamo capiti, no? Quelli che “il mondo si divide in due categorie: chi dà sempre ragione a me e chi è un analfabeta funzionale o – echianamente – proprio un idiota”.

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Roberto Recchioni

7 aprile alle ore 10:04 ·

Ok, quindi la teoria complottista è che ci siano gli USA dietro al massacro di Khan Sheikhun per dare modo a Trump di lanciare dei missili sulla Siria e riconquistare il consenso interno. Il tutto con il segreto beneplacito della Russia di Putin che pubblicamente condanna ma che segretamente si organizza con gli USA e l’amico Trump per spartirsi il paese di Assad dopo la sua caduta.
Il rasoio di Occam si è appena tagliato le vene.

(MV)Niente di personale da aggiungere, ovviamente, soprattutto in virtù della spettacolare e geniale conclusione.
Però mi piace troppo richiamare un’altra pari metafora dello stesso autore, Roberto Recchioni (risale a qualche settimana fa e, in effetti, riguardava un argomento completamente diverso; ma mi pare che ben si adatterebbe anche alla presente circostanza):
– “Vedo code di paglia in fiamme al largo dei bastioni di Orione”.

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UNBURY THE TOMAHAWK

(MV)

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“Wartime comrades, sure of victory
With the threat of an air attack
To strike down the despotical tyrant
Who measures his strength with God…”

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http://www.ilgiornale.it/video/cronache/potrebbe-chiamarmi-ministra-o-complicato-fedeli-sgrida-1383563.html

Complicato è non sghignazzare nel dirlo, a prescindere dalla scelta dell’una o dell’altra desinenza.

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Il presidente Trump potrebbe salvare gli USA e la Terra da un attacco alieno, pilotando di persona un F-16.
E avrebbe comunque torto marcio.

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08 aprile 2015

Puoi reagire ad una strage MA NON evitare i soloni, quelli che “Compagni, io disapprovo il passo: manca l’analisi e poi non c’ho l’elmetto”.

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SVE-RAGE.
(mv)

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A Stoccolma, disordini e violenze c’erano da anni.
Ma qualche solone, grosso sòla, trovò più divertente dare del fumato a chi li denunciava.

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Il CorSport pubblica i dvd, ed uno bolla Milian come “anticomunista, anticastrista, antiguevarista”.
Scava meglio: trovagli qualche difetto.

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http://www.ilgiornale.it/news/politica/servillo-sar-berlusconi-sul-set-cinema-ossessionato-cav-1383393.html

Il cinema dipinge Berlusconi con la stessa onestà con cui i western antichi dipingevano gli indiani.

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http://tv.liberoquotidiano.it/video/sfoglio/12352407/cdm-valeria-fedeli-contro-giornalista-mi-chiami-ministra-.html#.WOh3UH-DZKw.twitter

Ci vuol forse la laurea, per volgere al femminile la parola “ministro”? Manco fosse dirigere la Pubblica Istruzione.

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Come noto, c’era un solo anello debole nel governo Renzi: una laureata, glottologa, al Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.

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09 aprile 2017

http://www.occhidellaguerra.it/non-primo-attacco-usa-siria/

(MV) – Obama avrebbe anche potuto mandare i Navy Seals contro l’Esercito della Salvezza e le groupies avrebbero applaudito.

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Il mondo sarà un posto migliore quando, anziché “… but he’s OUR son-of–a-bitch”, si potrà dire con Jack Burton “Son of a bitch must pay”.

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Simone Di Stefano

9 aprile ·

Amici miei siete senza lavoro?

Fatevi crescere un bel barbone, infilatevi la palandrana, le ciabatte e iniziate a parlare bene dell’ISIS.

Grazie a questa proposta di legge del PD, il lavoro ve lo trovano subito!

Roba da pazzi.

L'immagine può contenere: sMS

(MV) – Un po’ come derubricare a vizi, di cui è padre l’ozio, il “suicide-bombing” ed il “vehicle-ramming attack”.
Bravi, sette più.

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Solita “bolla pontificia” contro le armi. Sebbene, parafrasando Paolo VI, bisognerebbe dire “Uomini delle Bandiere Nere, deponete i Suv”.

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Solita bolla pontificia sulle armi.
Solito zelo nel chiamare in correità l’Occidente, aggredito, per relativizzare la colpa dell’aggressore.

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Oggi è la Domenica delle Palme.
Ben alzate, al di sopra della testa.
In segno di resa, senza condizioni.

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10 aprile 2017

La “luce” di 59 Tomahawk, per chi vede Trump come Paolo di Tarso vedeva i cristiani, è stata una folgorazione sulla via di Damasco.

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Sharia Utility Vehicle.

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11 aprile 2017

Con le organizzazioni criminali, di ogni tipo, chi paga la protezione – nei varî modi – non subisce attentati.
Però ha poco di che vantarsi.

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L’islam sembra un po’ la Jessica dei culti: non è cattivo, LO DISEGNANO così.
Ma chi fa questo, tipo Charlie Hebdo, poi deve renderne conto.

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Bergoglio incolpa ancora il traffico d’armi.
Se quelli non fossero temperanti, lui stigmatizzerebbe anche il traffico dell’acqua-di-fuoco.

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“Turkey Pardon”: il POTUS graziava 1 tacchino; Obama, 2.
MA BERLUSCONI HA SALVATO 5 AGNELLI 5.

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Che Berlusconi abbia salvato 5 agnelli, mi piace.
Che sia sempre disposto ad ammazzare il vitello grasso, per gli ex-transfughi, molto meno.

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12 aprile 2017

Ogni anno, quando governo e maggioranza propagandano il nuovo DEF, non v’è contribuente / utente / consumatore che non schizzi a DEF-CON 1.

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L’umorismo è intelligenza.
Se direte “Chi non beve con me peste lo colga”, quindi, troverete parecchi energumeni pronti a darvi dell’untore.

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La frase, in cui ho solo cambiato il nome del criminale (Chains), è tratta dal film «Stone Cold / Forza d’urto», di Craig R. Baxley (1991).


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13 aprile 2015

La Boschi che si gloria del DEF, dopo la DÉFaillance al referendum costituzionale, non è una gattamorta ma un gattopardo vivo e scalciante.

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Agnelli salvati da Berlusconi? Capirai, che gesto…! Che cosa hanno fatto, prima e dopo di lui, tutti gli altri inquilini di Palazzo Chigi?

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– (MV) –

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