ALL THE PRESIDENT’S WOMEN

Il Moto Perpetuo non è soltanto una pura astrazione termodinamica ma può realizzarsi, ad opera degli esseri umani, in una ben precisa circostanza: esso è sviluppato dalla macchina infernale nota come “character assassination” e protesa, essenzialmente, a
distruggere la reputazione degli avversari politici.

Il New York Times, aperto sostenitore di Hillary Clinton, non molla oggi la presa su Donald Trump come il Washington Post non l’aveva mollata su Richard Nixon, quarantadue anni or sono.
Eh già, prevenire è meglio che curare: gli elettori americani, ed in particolare le elettrici, devono sapere per tempo (da testimonianze ineccepibili) che “The Donald” giovane, durante una festa a bordo piscina, regalò un bikini ad una bella ragazza e pretese che ella lo indossasse illico et immediate, dopo di che trionfalmente la presentò agli amici con l’epiteto “Trump Girl”.

Machismo – per non dire molestie – della peggiore specie, come si vede: quella plutocratica. Ed è solo un episodio fra i tanti, in questa operazione-verità dell’autorevole testata newyorkese.
Da un arrogante playboy così, nella malaugurata ipotesi che egli arrivasse a conquistare la Casa Bianca, ci si può aspettare di tutto: perfino che si metta ad abusare della sua posizione per ottenere favori sessuali da qualche devota intern o stagista, magari in un locale con diversa destinazione d’uso tipo l’Oval Office; e comunque riesca poi a non pagare su ciò alcun dazio concreto, né pubblico né privato, grazie ad una moglie enormemente più assetata di potere istituzionale che di rivalsa coniugale, ovvero capace di difenderlo davanti alla Nazione unguibus et rostro (con la palese mira di ascendere alla medesima carica, un bel giorno, anche sul piano formale).

Think it through, People, think it through…

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NON VI RESTA CHE SCIOGLIERE IL POPOLO…

Il maestro Dottordivago, nella pagina Facebook di cui è titolare come Carlo Gallia, aveva pubblicato questo meme – lì tradotto in italiano – con la seguente nota:
“Anche se sostengo che Trump sia il miglior alleato di Hillary, dal momento che metà del suo partito non lo voterà per la presidenza…
E pure Hillary… ci tocca mordere nel limone e dire che è dolce…”

 

E’ stata dura non abbozzare un controcanto proprio sotto il post originario – del quale sono grato debitore – accodandomi alla metafora di chiusura, con qualche battutaccia fuori luogo sull’assaggio del limone-Hillary che si deve spacciare per dolce e sul sigaro (Tinto-) brassiano di cui suo marito Bill Clinton si compiacque dicendo “It tastes good”.
E’ stata dura però ce l’ho fatta, a non commentare quella duplice valutazione, che – pur nella mia diversità di parere – trovo dotata di equilibrio e degna di rispetto; anche perché la condivisione della foto mi permette di rivolgermi direttamente al manicheo personaggio raffiguratovi (ed al 99% dello showbiz).

Dearest Andy, fermo restando – PER ORA – che “Crooked Hillary” è davanti negli intention polls (come sostanzialmente ricorda la nota del mio amico), in che modo Lei penserebbe di “fermare” lo sfrenato Grande Satana erettore di muri, palazzinaro puttaniere e populista? Forse mettendo su anche un sinistro cappellaccio e letali artigli metallici, nonché giusto un filo di make-up, per poi raggiungere oniricamente “The Donald” (che è il vero Incubo) e quindi ridurlo in condizioni di non nuocere più, né al proprio Paese né al Mondo?

Ma soprattutto, dopo l’elegantissima ed assai (Umberto-) echiana equivalenza “Destra uguale ignoranza” (o imbecillità), dopo le descritte soluzioni a breve termine ed a lungo termine, rivelatrici di un altissimo senso democratico (tanto alto da stare decisamente a Nord: del 38° parallelo), dopo tutto ciò che cosa prevede il copione o programma del Rieducatore PC? Magari una sorta di “Soluzione Finale” perché a mali estremi, si sa, estremi rimedi?

In casi come il Suo, esimio Boro Scatenato, che ad onta di codesta desinenza yiddish (quanto quella del collega nato Konigsberg, in arte Woody Allen) è da presumere assai più indulgente verso coloro i quali si fanno esplodere sugli autobus a Gerusalemme e dànno una sfoltita a colpi di AK-47 ovunque ci siano assembramenti di infedeli giudaico-cristiani (disabili non esclusi, vedi la strage prenatalizia a San Bernardino), in casi come il Suo io amo rispolverare – qui fin dal titolo – il grandioso e tagliente aforisma di Bertolt Brecht, figura men che mai tacciabile di essere un ottuso ed incolto reazionario:

“NON VI RESTA CHE SCIOGLIERE IL POPOLO E NOMINARNE UNO NUOVO”.

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Le buste sono di color arancione, ma le prospettive appaiono nere: come dice il titolo di una serie Tv americana, “Orange Is The New Black”.

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“La reversibilità per i gay ha costi sostenibili” (Tito Boeri, secondo i media).
Ma si sentono, o si rileggono, quando accostano le parole?
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UNA NUOVA SPERANZA

In una Galassia a grande distanza spazio-temporale, Leia Organa principessa di Alderaan sta fremendo d’invidia per la Star nascente della politica italiana: MEB, naturalmente.
Mercoledì 11 maggio la signora ministro per i rapporti col Parlamento, e per quelli LGBT, andò a festeggiare il successo della sua battaglia civile contro il Lato Oscuro o meglio Oscurantista; e, dimostrando una sobrietà istituzionale che neppure “Rigor Montis” (copyright Beppe Grillo), lo fece presso la Fontana di Trevi.

Mancava solo un bel bagno, con i vestiti addosso, e la versione aggiornata del celeberrimo invito:
– Marcello! COME OUT, here…!

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Arrivati a questo punto del work-in-progress (graficamente più grezzo del solito, il che è tutto dire, perché devo ancora prendere familiarità con il nuovo computer), è giusto cominciare a dar conto di quel titolo un po’ sibillino.
Altri significati verranno illustrati in séguito. Per il momento “Muro di Pietra” intendo riferirlo a Donald J. Trump: perché il culturame cerca di ghettizzarlo, certo (vedi sopra), se non gambizzarlo; ma soprattutto perché è l’epiteto naturalmente positivo che ben si addice alla sua tempra di combattente, contro il PC; perché egli è l’unico baluardo contro l’avanzata dell’Islam, come hanno dichiarato a New Delhi i nazionalisti Hindu Sena, invocando su di lui la protezione degli dèi (in realtà c’è anche Vladimir Putin, mentre dei cinesi comunisti – a loro volta cristianicidi – non mi fido “et dona ferentes”); perché infine, last but not least, The Donald propugna la costruzione di una barriera lungo il confine con il Messico (“e mi creda, nessuno costruisce muri meglio di me”). Figuriamoci, tra l’altro, quanto ciò in particolare trovi concordi noi della Missione francescana (autentica, senza millantato credito); non soltanto, e siamo al secondo significato del titolo, perché essa è fatta di pietra ruvida anche sul piano materiale:
https://lorenzoaldini.wordpress.com/2008/11/14/remember-alamo/

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BELLI SPETTACOLO

C’era una vorta un Re cche ddar Palazzo /
mannò ffora a li popoli st’editto: /
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo”.

A meno che si voglia instillare subliminalmente il messaggio di cui sopra (quando mai…?!), delle due l’una: o l’abbigliamento informale o l’ambiente istituzionale.
Non ho potuto evitare che il bello (Belli) spettacolo entrasse, di sfuggita, nel mio campo visivo: ma vi sembra decoroso farsi riprendere in maniche di camicia, per una diretta Q&A su Facebook, DAVANTI AL TRICOLORE ITALIANO (appoggiato sullo sfondo)?
Cos’è, sulla scrivania era mancato un po’ di spazio per l’ormai proverbiale birrone gelato, propedeutico a tutto il resto?
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Il “PAPA” DI GREENWICH VILLAGE

1) Lo “Stonewall Inn” era un locale gay newyorkese, al GREENWICH VILLAGE (disinibito quartiere degli artisti), in cui una brutale irruzione della polizia suscitò la violenta insurrezione del Terzo Sesso, nel 1969, e l’inizio della sua lotta per la conquista dei diritti civili (vedi il nuovo film americano del tedesco Roland Emmerich, intitolato proprio “Stonewall”, e l’omonimo precursore anglo-americano di Nigel Finch, uscito nel 1995).

2) Il PAPA Jorge Mario Bergoglio dichiarò, poco tempo fa, di non volersi “immischiare” nella diatriba legislativa ialiana su tale materia ed anzi, con l’esortazione apostolica “Amoris Laetitia”, ha usato sofismi più gesuitici che evangelici per dare un sostanziale riconoscimento alle unioni – laicamente e privatamente ineccepibili, va da sé – alternative a quelle naturali (salvo poi far mostra di chiudere la stalla dopo la fuga dei buoi, con la difesa del diritto all’obiezione di coscienza, da parte dei pubblici ufficiali).

3) Ora, per una sorta di filosofico sillogismo o di matematica proprietà transitiva, anche qui nel Belpaese possiamo vantare – sia pure in altro senso – “Il PAPA” DEL GREENWICH VILLAGE.

So’ soddisfazioni…
Che poi il sottoscritto continui a preferire le grazie di una Sirena a Manhattan, ovvero Daryl Hannah, protagonista femminile sia di “Splash” che del “Pope” (stesso anno, 1984), è tutta un’altra storia.

 

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IL MURO DI PIETRA E LA VECCHIA QUERCIA

Il prepotere della lobby gay ha tre gambe: il vittimismo dei diretti interessati, il conformismo delle anime belle e l’ostracismo degli spiriti liberi.
Il mio enunciato è di sabato 21, l’esempio seguente di domenica 22:
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-lobby-violente-chiesa-vile-e-fede-senza-ragionecosi-arriveranno-adozioni-ai-gay-e-utero-in-affitto-16243.htm

Sedici mesi or sono, prendendo spunto da uno spot pubblicitario, scrissi una filippica contro tale distorsione della vita pubblica e (in modo dichiaratamente pregiudiziale, non avendo che sommaria cognizione di causa) mi scagliai anche contro “I segreti di Brokeback Mountain”, diretto da Ang Lee sulla base del racconto di Annie Proulx; questo perché ci vedevo – a torto o ragione – una ostentata mancanza di riguardo verso quella “nobile tradizione”, comunque non scalfibile da nulla o nessuno, che è il western cinematografico (la definizione tra virgolette, riportata anche allora in un commento, si deve a John Huston):
https://valorim60.wordpress.com/2015/01/27/1907/

Al film dell’autore taiwanese, per comodità etichettabile come western moderno (se non altro per l’ambientazione tra i cowboys del Wyoming, nella seconda metà del XX secolo), contrapponevo il pre-western “The Patriot” che un lustro prima aveva dato impulso alla carriera dello stesso Heath Ledger (in quel caso co-protagonista al fianco di Mel Gibson: ovvero un nuovo John Wayne degli esordi, a detta del suo regista Emmerich (paragone ineccepibile, non foss’altro che per la presenza scenica; per il carisma, purtroppo, è mancato il tempo).

Ho abbastanza senso dell’ironia per riconoscere una sorta di contrappasso, ai miei danni. Pochi giorni fa, ho appreso dal Corrierone che il più volte ricordato cineasta germanico, Roland Emmerich, aveva fatto da anni coming out ed è pure un attivista LGBT. Incredibile auditu: LUI, il director dell’epopea indipendentista citata sopra e, un altro lustro addietro, di un cazzutissimo sci-fi intitolato proprio “Independence Day” (presto il sequel, anzi I sequel), in cui il giovane presidente degli Stati Uniti si mette ai comandi di un cacciabombardiere contro gli alieni invasori… NON C’E’ PIU’ RELIGIONE (in tutti i sensi, vedi sopra il riferimento a “The Pope of Greenwich Village”)…

Però va dato atto al buon Roland di aver scelto un titolo altrettanto cazzuto, per la sua predetta apologia di coloro i quali non vuole definire “minoranza” (vedendo nel termine già un intento segregazionista): “STONEWALL“, appunto, che nominalmente fa la sua corrusca figura nella filmografia dell’Omero teutonico.
Ok, abbiamo già ricordato che in tal modo si chiamava lo “Inn” nel quale si accese la scintilla della rivolta omosessuale, a New York City, quarantasette anni or sono: quasi un Tea Party del gender, per rimanere sulla falsariga della Guerra d’Indipendenza.
C’è poi una presumibile valenza metaforica, alludendo al “muro di pietra” dell’incomprensione omofobica e della discriminazione sessuale.
Ma a me piace ricordare che quello era anche il “massiccio” epiteto di un generale confederato, durante la Guerra fra gli Stati (come la definisce il Grinta di John Wayne): Thomas Jonathan “Stonewall” Jackson.

 

 

Da non confondere con il precedente omonimo parigrado: il generale Andrew “Old Hickory” Jackson, che si coprì di gloria nelle guerre indiane (avendo ai suoi ordini Sam Houston e Davy Crockett) ed in quella del 1812 contro il revanscismo della Corona Britannica, per poi diventare il settimo Presidente degli Stati Uniti (1829-1837, dunque in carica proprio al tempo di Alamo e San Jacinto).
I due generali Jackson vanno ascritti entrambi al Pantheon degli eroi americani, non importa sotto quale bandiera ciascuno avesse servito. Con buona pace di Barack Hussein, che è tollerante con le insegne dell’Isis o affini – di libero smercio in Usa – ma ha solennemente bandito e consegnato alla storia la Confederare Flag, un vessillo non è necessario né sufficiente per fare di un uomo, di un patriota, anche un razzista (in qualunque situazione, compreso il nostro conflitto civile di settant’anni fa): il generale Robert Edward Lee, comandante supremo delle forze sudiste durante la Guerra di Secessione, una volta andò a ricevere l’Eucaristia fianco a fianco con il confedele negro che aveva avuto l’ardire di avvicinarsi troppo presto all’altare, e che il resto dell’assemblea stava isolando.
Tutto questo per dire che il Commander in Chief, se non sempre può essere una “Vecchia Quercia” delle campagne militari come Andrew Jackson, o come Theodore “Teddy” Roosevelt e Dwight David “Ike” Eisenhower (senza dimenticare il senatore John McCain, eroe del Nam, che avrebbe meritato di vincere nel 2008), certamente non può essere neppure uno zerbinotto panciafichista filo-islamico che twitta #LoveIsLove e tinge di arcobaleno la Casa Bianca, anziché fottersene del Nobel alle intenzioni di Pace e far spaccare il culo ad Abu Bakr Al-Baghdadi e tutti quelli della medesima covata malefica.


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WAGs (o del perché può tornare comoda una guerra, sia pure dei sessi)

“A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’è Semiramìs…”

No, qui non c’entrano le WAGs acronimo di “Wives and Girlfriends”, ovvero le compagne dei calciatori inglesi in ritiro con la nazionale: siamo da tutt’altra parte (anzi sulla sponda opposta: “Fags” anziché “Wags”).
Si fa riferimento solo al verbo “to wag”, dimenare. Un popolare detto americano si domanda: è il cane che dimena la coda o la coda che dimena il cane? E “Wag The Dog”, infatti, si intitolava il film di Barry Levinson prodotto nel 1997 ma uscito ad inizio ’98, in pieno sputtanamento dei Clinton, tant’è vero che gli adattatori italiani non persero l’occasione di ribattezzarlo “Sesso & Potere”: una guerra fasulla con l’Albania (?!), data in pasto ai media da uno spin doctor – appunto un esperto nel rigirare la realtà – con l’ausilio di un produttore cinematografico (tipo il finto atterraggio su Marte in “Capricorn One”), per distogliere l’opinione pubblica dallo scandalo sessuale che rischia di travolgere il Presidente sotto elezioni, e che consiste nell’accusa di molestie ad una girl-scout in visita alla Casa Bianca. (Curiosamente lo screenplay era opera di una Hilary, sia pure con una “l” sola; di cognome Henkin).

Quello che è da poco andato in scena nel Belpaese, dove sembra si sia reincarnata Semiramide, è invece una sorta di “Terzo sesso e potere” (se non “Terzo sesso e Terzo Reich”): il nostro ultimo Boy-scout e la sua squadra si riempiono tanto la bocca di diritti civili, sventolando i drappi iridati (“Fags of Our Fathers”, verrebbe da giocare), ma ciò che realmente interessava loro era prendere due piccioni – ben diversi – con una fava:
1) sviare l’attenzione dei media – non ancora del tutto infeudati – dalla corruttela amministrativa della loro Teppa Rossa (copyright Francesco Maria Del Vigo), o quanto meno rompere tale assedio con una audace sortita (per non dire un coming-out);
2) recuperare consenso a sinistra, soprattutto in vista del referendum costituzionale di ottobre, giacché si considera difficile non subire un’asfaltata alle Comunali del 5-19 giugno.
Guarda caso Ganassa I – copyright Giampaolo Pansa – ha ingaggiato per il redde rationem proprio lo spin doctor der Baracca, nonché lobbysta pro-Hillary, ovvero l’avvocato americano Jim Messina; il quale si è già distinto per la genialata messa in bocca ad Elena Organa principessa di Etruriaan, sul votare “No” come CasaPound uguale marchio d’infamia: invece che “dimenare il cane” ne hanno pestato una merda, complimenti (ne riparleremo).

Ma la coperta è corta: hai voglia a tentare il cosiddetto cerchiobottismo, mediante speciosi contentini alle famiglie sul tipo del baby-bonus. Massimo Gandolfini, portavoce del Family Day, ha reagito all’approvazione del maxi-emendamento sulle unioni civili, che io definisco legge Queerinnà (da “queer”, ovviamente), con un predicato verbale che a noi piace molto:
Ce ne ricorderemo al referendum.

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FIAT LUCE (o del perché il canone Rai si pagherà con la bolletta Enel)

“FIAT”, con vetusto calembour, ovviamente perché il chairman della medesima, con tutto il suo peso anche editoriale, è un grande sponsor del “Nostro di Firenze” (rubo l’epiteto alla fantasia di Paolo Ziliani che, nella sua spassosa rubrica sul Giorno del lunedì, lo aveva appioppato all’indimenticabile Marcello Giannini di “90° Minuto”).
“LUCE” come storico acronimo de “LUnione Cinematografica Educativa”, da intendere oggi nel senso più lato: a parte la finalità Educativa (l’Andy Capp anti-Trump non ha inventato nulla), la “C” può stare anche per “Culturale”, “Cartacea”, “Catodica”, “Cyberspaziale”…

Sì, c’è una logica neanche tanto sottile nel fatto che, dal prossimo luglio, la bolletta Enel verrà a comprendere il canone di abbonamento Rai: LUCE con luce.
Quanto alla carta stampata, Ganassa I (sempre © G.P. Pansa) è riuscito a tirare dalla sua il Foglio già di Ferrara e perfino colui che Michele Serra aveva soprannominato, lustri fa, Vittorio “Addams” Feltri. Il quale è – prevedibilmente – tornato al timone di Libero, che aveva fondato nel 2000, dopo avervi fatto la sua ricomparsa con alcuni articoli da amico del giaguaro; dei quali ho potuto vedere uno a favore della “schiforma costituzionale” (definizione riportata da Renato Brunetta, che faccio mia) ed un altro a favore, sostanzialmente, anche della legge Queerinnà. Mi ero invece perso quello del grande ritorno su tali colonne, in cui esortava il Cavaliere a farsi finalmente da parte bollandolo quale “macchietta” (la classe non è acqua, avrebbe detto – fra gli altri – Aldo Serena in telecronaca; e la riconoscenza neppure).

Gli irriducibili fuori dal coro (“Libiamo ne’ lieti calici”), infatti, vengono adesso terminati senza tanti complimenti: gli esempi più recenti ed eclatanti sono in Tv Nicola Porro, editorialista del Giornale, che vi conduceva la trasmissione “Virus”, e sulla carta stampata – appunto – Maurizio Belpietro, direttore colpevole di considerare pericoloso un premier che ha fatto spalmare su dieci anni il debito del suo editore (verdiniano, per soprammercato; e se non ho scritto “per giunta”, un motivo c’è). Atti di bullismo, come dice Vittorio Sgarbi a proposito del talk-show di RAI 2, ove era ospite fisso.

E Mr. Addams? Lui forse crede che ad un polemista basti promettere – oggi – ironia anziché veemenza per continuare ad essere accreditato come erede di Indro Montanelli, dichiaratamente cultore del fioretto più che della sciabola; lui forse crede che basti un voltafaccia sinistrorso in età più che matura, quindi con avvicendamento inverso a quello di Via Negri nel ’94 (ovvero, stavolta, nel ruolo di pompiere), per calcare fino in fondo le impronte indelebili lasciate dall’uomo di Fucecchio nella storia del giornalismo italiano; ma deve mangiarne di polenta, anzi di ribollita.
Quasi mi dispiace di aver comprato, pochi mesi fa, il suo pamphlet sulla tremebonda acquiescenza occidentale verso l’Islam: non pensavo di dover dire così presto “Quantum mutatus ab illo”.
Però di sicuro non si può avere sintonia e solidarietà con Belpietro, cui àuguro sollecito ingaggio e migliore fortuna altrove, senza bruciare i ponti (tanto perorati dal PC, anche bergogliano, rispetto ai muri) con un organo di stampa che sta intollerabilmente usurpando l’aggettivo della propria testata.


Marco Val (aka valorim60)

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