Fra tanti film di grossa grana commerciale, spudoratamente corrivi ai più bassi istinti del pubblico, che vi accorre numeroso come in un supermarket Esselunga di Sesso-Sangue-Scurrilità, con cine-panettoni e cine-fumettoni imbastiti attorno alle curve di Belen Rodriguez («Natale in Sudafrica», 2010) piuttosto che di Scarlett Johansson (Black Widow in diversi Marvel-movies), conforta sapere che la catena del multiplex dove vado io dedichi una proiezione del lunedì – dal 27 ottobre u.s. – ad una più artistica iniziativa, contrassegnata dall’orgoglioso marchio “ESSAI”.
Oggi è in programma una pellicola belga (già candidata al prestigioso Premio dell’Academy americana, vulgo Oscar), che fin dal manifesto dimostra una ben superiore integrità intellettuale e caratura culturale: “Alabama Monroe – Una storia d’amore” (dai nomi di lei e di lui). ESSAI-LUNGA.

50390 ALABAMA MONROE (essai)

Ricordo che Tognazzi – tanto nomini nullum par elogium – parlava una volta della sua esperienza in giuria a Miss Italia (da presidente della stessa, mi pare). Avevano eletto Federica Moro (1982), che ai loro occhi – giustamente – rappresentava un ideale di leggiadria capace di trascendere la mera formosità tradizionale. Fin qui ho citato con parole mie il concetto espresso dal grande Ugo, perché non rammentavo la sua frase precisa. Indimenticabile (e quindi oggetto di citazione testuale, o quasi) resta invece la zampata conclusiva: “…per quanto un bel culo, vi posso garantire, sia in grado di impressionare anche la giuria più austera e paludata”.

(Un eccelso spirito libero, capace di dar vita sullo schermo a simpatiche figure di fascistoni come nel dittico «Il Federale» – «La Marcia su Roma», di Salce e rispettivamente Risi; nonché di dare alle stampe un libro di arte culinaria, sua grande passione più che propensione, e intitolarlo «Il rigettario»).

Ma ci voleva la fanciullesca franchezza del Cremonese volante, per dire la verità sull’abbigliamento assente del re (o imperatore che fosse) e su quello succinto delle reginette.
D’altronde, Venere non era forse definita “callipigia”, cioè “dalle belle natiche”, decine di secoli prima che Tinto Brass si dedicasse a magnificare tale parte dell’anatomia muliebre? Io non sono un aficionado di Miss Italia, però trovo assolutamente ridicolo e ipocrita che un concorso – anzitutto – di bellezza (il resto, se vi sia, è grasso che cola), prima abbia dovuto inibire le inquadrature retrospettive (per non dire “del lato B”, che è diventata un’espressione di stucchevole abuso) e poi sia dovuto sloggiare dal sepolcro imbiancato della televisione di regime.
Con il rischio, per giunta, che ci ritroviamo sul Colle più alto proprio una tra le responsabili della fatwa feminazi (non che l’ipotesi Pinotti mi deprima molto di meno: se davvero quest’ultima è contemplata nel Patto del Nazareno, sarebbe la seconda vaccata consecutiva dopo il contributo alla riconferma del faraone – mi mancava -Tutankhomun).

Una controprova della distanza dai triviali giochi di parole, che inquinano tante farsacce nostrane, risiede poi nel fatto che il titolo anglofono del capolavoro belga sia questo:

0 THE BROKEN CIRCLE BREAKDOWNMa in tal caso sono malizioso e perverso io, lo ammetto. Anche se non amo particolarmente “Il Vernacoliere”, la regione di appartenenza è pur sempre la stessa.

E quanto ai nomi dei personaggi principali, Alabama e Monroe?
A-la-ba-ma” = “Qui possiamo restare“, avrebbe detto un capo indiano, arrivato in quel territorio con la sua tribù, dopo averne condotto una forzata migrazione; forse illusosi che il diktat del presidente Monroe, “L’America agli Americani”, dovesse valere anche per i nativi del Continente.
“Qui possiamo restare”...Oddìo, proprio restare lì direi di no, perché (si tratti di Veerle Baetens o solo del suo ruolo, Elise/Alabama) non mi piace che le belle ragazze – compresa Miley Cyrus – si deturpino di tatuaggi; però almeno un breve sopralluogo interludio…

Sì, perché le gloriose Stripes and Stars non sono mai state così affascinanti, neanche per noi Wolverines. ispirando un’attrattiva di gran lunga superiore rispetto a Mogherini (padre e figlia, per la commedia del primo e la comica – triste – della seconda):

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Detto ciò per reazione ai talebani della critica, naturalmente mi dispiace di non poter vedere in sala «The Broken Circle Breakdown»; ma sono appena andato a gustarmi il popcorn-movie marvelliano «Guardians of the Galaxy» (in 3D) e, di giorno feriale, mi tocca passare la mano.
Aspetterò l’edizione home-video.

Per il prosieguo della rassegna, in un supermercato Essai-lunga non può mancare quel genere di prima necessità che è il filmetto anti-Silvio.
C’è tutta una tradizione “ventennale”, al riguardo, che prese le mosse dalla vigilia del voto politico ’94: l’ultima settimana di campagna elettorale, approfittando con ribalderia di un vuoto normativo sulle sale cinematografiche, vi poterono risuonare a man salva i colpi di Archibugi (Moretti, Giordana & C.), vòlti a gambizzare colui che – pervicacemente – stava contendendo il governo del Paese alla gioiosa macchina da guerra occhettiana.
La mossa della disperazione (sappiamo come finì).

Da allora sono usciti diversi lungometraggi, tutti di infima cifra artistica e miserrima fortuna economica; con l’eccezione de «Il Caimano» (solo per la seconda cosa), giacché Moretti godeva sia della sua trentennale rendita di posizione – in parte meritata – sia della solerte spinta garantita dall’inossidabile apparato agit-prop (sempre Tognazzi, il quale si era più volte cimentato anche nella regìa, ebbe a confessare – tra il serio e il faceto – che aspirava ad entrare nelle grazie della critica, e diventare un intoccabile mostro sacro, perché “a quel punto puoi permetterti di fare qualunque puttanata”).

Tante tessere di un solo mosaico, tendente a distruggere la figura pubblica dello statista che, con tutti i difetti e le debolezze, è ancora in grado di polarizzare intorno al suo nome milioni e milioni di suffragi liberaldemocratici.
Fino a questa mirabilia di ultimo pezzo, in cartellone per il 17 novembre:

belluscone-film-med(Character) ESSAI-SSINATION. Della quale si rendono complici i voltagabbana e succhiavoti del sedicente Nuovo CentroDestra, alleati di governo (strategici) con gli eredi della mai abiurata tradizione comunista, sempre nel segno della più impudente ipocrisia; persone del calbro di Gaetano Quagliarello (e se dico “calbro” – alla maniera di Francesco Salvi – un motivo c’è), che va al Tg1 per stigmatizzare il Cavaliere ondivago “fra il suo passato e i matrimoni gay” – giusto rilievo – e poi tromboneggiare “NOI NON CEDIAMO SUI PRINCIPΔ (manco fosse Davy Crockett ad Alamo).

NOI NO, NOI. NOI NO” era, in un varietà del 1977, il tormentone etico-intellettualistico continuamente profferito dal diòscuro di Ugo, in scena e fuori: l’altrettanto eccelso Raimondo Vianello. Però nel suo caso si trattava di umorismo volontario (che culminava, alla fine dell’ultima puntata, nell’abbandono della calzamaglia nera, da – finto – duro e puro del teatro brechtiano, per indossare la giacca di paillettes ed aggregarsi al canonico show di Sandra Mondaini). Che Dio li abbia in gloria, tutti, quanto noi li abbiamo nel cuore.

P.S. – Si ringrazia vivamente la silhouette di Veerle Baetens (nome che, fino a pochi giorni fa, mi avrebbe fatto pensare esclusivamente ad Adriano De Zan, & Son): una parola dopo l’altra, da una noterella sulla falsariga – per dimensioni e struttura – di Andrea’s Version Marcenaro, ho tirato fuori una lenzuolata che nemmeno il Fondatore teologo di Sé medesimo nelle famose concioni domenicali.

Marco Val (aka valorim60)

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