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Chi ha la benevolenza di seguirmi, e magari di ravvivare questo cenacolo, sa che intendo l’attrice nonché modella Diane Kruger, per l’anagrafe Krüger, interprete di Elena nel film «Troy». Il Gay Pride (e simpatizzanti) mi scuserà per avere parzialmente eliminato Orlando Bloom – Paride, nella misura consentitami dalla regolarità del taglio. “Due toast e due birre“.

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– Riferimento n. 1: Lettera a firma Michele Magno, riprodotta da Marco nel suo primo commento al post precedente, e mia noterella interpretativa – giusta o meno – sulla “Dottrina Monroe” in essa menzionata.

Non credo che potrei mai parafrasare il vecchio Bob McNamara (da una posizione di debolezza, contrariamente agli States), dicendo:
– Sì, d’accordo, è una vera puttana. Ma è la “nostra” puttana.

Sarebbe invece forte la tentazione di postulare che la firma in calce alla lettera debba essere l’abbreviazione di «Alemagno»; ma non si può sempre ridurre tutto a battutine e giochetti di parole.
L’opinione espressa, in realtà, è molto acuta e ben argomentata (oltre che ammirevolmente cólta): mio padre avrebbe aderito con soddisfazione al panegirico sulla superiorità dei Tedeschi. Ma non fino al punto di ammettere che si accetti supinamente il loro prepotere, dopo due guerre mondiali perse (infatti gli era piaciuta una battuta della Gialappa’s, al riguardo), né gli inasprimenti fiscali decisi a Berlino ed eseguiti con diligenza dai vassalli usurpatori (solo di IMU, noi due eredi stiamo pagando più del doppio, rispetto all’ICI, ed il fatto che la nuova imposta di Rigor Montis – © Grillo – sostituisca anche l’Irpef, sugli immobili, non basta certo a compensare).

Io avrei da ridire anche sulla fatale vocazione egemonica, ricordando che noi mandolinari (come diceva Gazzaniga) e pastasciuttari-revolver (copertina Der Spiegel, però senza la loro Walther P38) possiamo vantare la gloriosa ascendenza dell’Impero Romano; ma capisco che sia roba troppo vecchia ed alquanto fascistoide.
Di sicuro sono meno incline alla realpolitik che all’idealismo: io non accetterò mai che quattro guerre di indipendenza, compresa quella del ’15-’18, siano state rese vane da un pugno di smidollati e che si debba cedere una quota di sovranità nazionale per amor di quieto vivere: pagare una sorta di “protezione” per evitare che ci mettano a ferro e fuoco… mi ricorda qualcosa. E, con tutto il rispetto, non mi piace.

Di Troia, continuo a tenermi cara e stretta la Elena incarnata dalla callipigia Kruger. Sopra tutto.
I “Chunky asses” di Eddie Murphy, come già scrissi sul Panda, li lascio ai paparazzi da strapazzo.
Non per niente sono concittadino di Cecco Angiolieri e supporter di questo puttaniere gondoliere:

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Riferimento n. 2: Articolo a firma Sean O’Malley, richiamato dal medesimo Marco in altro intervento sul post precedente, sempre al fine di alimentare l’azione (cosa di cui lo ringrazio).

Io sono fiero di avere per connazionale un Irriducibile  che, all’occorrenza, è capace di sottrarsi alla forza d’inerzia agonistica, anche con il risultato in bilico (invece che schiantare per 7-1 una squadra spuntata, dopo che il suo bomber era stato tolto di mezzo con un colpo di lattina sulla testa):

Il rispetto umano e sportivo non c’entra affatto col p.c. dei mangiabanane. Lode a José Mourinho, per una volta, che ha definito “professionalmente straziante” quello che è capitato al Brasile,  pur guardandosi bene dal biasimare i mangiapatate; e vergogna su Diego Armando Maradona, che dovrebbe tenere un profilo diverso dal comune tifoso – cui è concesso lo sfottò – e che in effetti stava già riuscendo a spostare le mie simpatie dalla parte dell’Olanda.

Se non ti poni il problema di evitare che il tuo avversario debba uscire a capo chino come un cane bastonato (Elio Corno direbbe come un cocker, pulendo per terra con le orecchie), non puoi essere che un “campione senza valore”. E soprattutto un Maramaldo; che, a differenza di quanto forse penseranno molti calciatori tedeschi, non era un antico incontrista della Seleção.

Nel 1996 Diane Krüger – ancora con la dieresi sulla “u” – aveva interpretato il film «Joyeux Noël», ispirato ad un fatto storico del Primo conflitto mondiale: una spontanea e fraterna tregua natalizia fra combattenti germanici, scozzesi e francesi (lo stesso episodio che la nostra Tv di regime, nota tartassatrice di Ciechi, ha biecamente sfruttato per uno spot contro l’euro-scetticismo). Il calcio, in quanto sublimazione della guerra, può forse essere più implacabile e disumano di essa?

Sorvoliamo poi, anche per coerenza, sulla realpolitik  pallonara della RFT: che cornice di pubblico si aspettavano, al Maracanà, se in finale fosse andata l’Olanda? Infatti, il giorno dopo l’eroica impresa, i Deutschen si sono profusi in ridicole espressioni di rispetto, e perfino di rincrescimento, verso i brasiliani. Poi hanno avuto culo (più di Diane): nell’altra semifinale ha prevalso l’Argentina; e quasi mi è dispiaciuto, perché i padroni di casa – non era imprevedibile, ma non ci avevo pensato – hanno sùbito cominciato a sostenere i loro mazzolatori, indossando magliette di Müller ed esibendo cartelli per il trionfo germanico quale “last hope”.

«Jack O’Malley» ha stranamente sottaciuto la richiesta di ammonizione per Maicon: abitudine sempre deplorevole, da sanzionare, diventa assolutamente spregevole (repetita iuvant) se stai vincendo 5-0 a tre quarti di gara. Del resto, lui ha celebrato il disgustoso disappunto di Neuer per il gol del gagliardetto (bandiera sarebbe fuori luogo), e denigrato il presunto parce sepultis di Özil sull’occasione dell’8-0. Se questi davvero non se la fosse sentita di ingigantire personalmente lo score, come desideravano gli altri, la cosa gli farebbe solo onore: chissà, forse dipende dalla circostanza di non essere un perfetto ariano. (Non che ci volesse molto, però avevo scritto queste ultime cose prima di cercare il seguente video).

Il Foglio (vedi morso di Suárez) sembra amare l’anticonformismo per partito preso, che è l’altra faccia del conformismo; stavolta si è allineato pure il Giornale, con Gianfranco De Bellis, e – più acidamente – Libero, con Matteo Spaziante. Non accetto – nè da costoro né da altri – patenti di ipocrisia ed insipienza (“un Paese ipocrita come l’Italia”, “chi parla di umiliazione non sa cosa dice“…): anzi, le respingo con sdegno al mittente. Non si trattava di “fermarsi” e “fare il torello“, cari irriducibili di stocazzo, ma semplicemente di “rallentare prima” (parole di Marco) ovvero scalare le marce da arrembaggio ad amichevole, senza per questo smettere di puntare la porta di Júlio César (analogo concetto mio su Facebook, riportato poi qui).

Probabilmente, pur di andare controcorrente, i cinici wannabe di Humphrey Bogart (del quale – al solito – non ci è stata risparmiata la pedestre e pedissequa parafrasi della splendida “That’s the press, baby“, dal film «Deadline U.S.A.», con un melenso “E’ il calcio, bellezza“) difenderebbero anche certi biscottoni – magari taciti – di fine girone o fine campionato, quando il pareggio fa comodo a entrambe le squadre (tipo Europeo 2004, ai danni dell’Italia, con il 2-2 ben impastato tra Svezia e Danimarca), cosicché un eventuale Bastos Tuta ci fa la figura dell’egocentrico guastafeste, se non del coglione col botto.

Peggio dei Teutoni sono stati i loro àscari, teorici della soluzione finale (non sto esagerando, visto che hanno partorito roba come – testualmente – “Elogio del massacro” e “devo distruggere il mio avversario”). Però io me ne frego di certe arroganti rampogne.
Io riterrò sempre che, se stai vincendo ai punti in maniera inequivocabile, devi astenerti dal tempestare l’avversario di colpi per mandarlo knock-out (e la tifoseria con lui). Salvo – forse – che si tratti letteralmente di boxe.
Io riterrò sempre che i due gol di Schürrle – nel secondo tempo di Belo Horizonte – non abbiano aggiunto niente ad una vittoria già storica e leggendaria, anche per la sua pesantezza (la famosa “manita”), ma che anzi le abbiano tolto parecchio aggiungendo superfluo disdoro alla sconfitta epocale dei verdeoro (rima voluta).

Con il dio Eupalla, a onor del vero, la Germania (Ovest) aveva pure un credito:

Ma ora, come per il 7-1 del Borussia M. (nel ’71), è più forte il suo debito verso Νέμεσις , la personificazione della Giustizia retributiva che castiga gli eccessi perturbatori dell’ordine universale (e Mondiale).
Niente resterà impunito. La squadra di Joachim Löw pagherà sùbito – fra poche ore – il fio della sua ὕβρις, come il suddetto club di Coppa Campioni con l’Inter di Invernizzi; o lo pagherà a scoppio ritardato, come il Milan 2004-05, mesi dopo il 6-0 sui viola (Istanbul, “Peppino, che ti sei perso“) e come la Roma 2006-07, mesi dopo il 7-0 sul Catania (1-7 all’Old Trafford).

Grazie a Dio, con buona pace di Libero, siamo «Italiani brava gente» e siamo capaci di non prenderci troppo sul serio, a differenza di altri, rilanciando perfino sulle provocazioni satiriche a nostro carico (dicembre ’77, cioè lo stesso anno dello Spiegel):

Il_belpaese_1977

Marco Val (aka valorim60), ore 20.45 del 13 luglio 2014

 

 

 

 

 

 

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