Marco Val (aka valorim60)

Non voglio creare nel blog una rubrica tipo quella di Panorama, «La cerimonia degli addii». Ma, se si parla di football, come l’altra volta si imponevano due parole di pietas per il ragazzo napoletano rimasto vittima dei delinquenti che gravitano in quel mondo, così oggi va reso debito omaggio ad Alfredo Di Stefano, e scelgo di farlo dedicandogli il classico auspicio di colui che lo considerava il più grande prestipedatore di tutti i tempi: gli sia lieve la terra.

——————————————————————————————————————————-

Nell’anno 1994-95 Telekabul rispolverò nominalmente «Il Processo del Lunedì», del quale l’Azienda deteneva i diritti, affidandone di nuovo la conduzione all’ottimo Marino Bartoletti; mentre il vero «Processo di Biscardi» era da anni trasmigrato, con questo nome, sulle Tv commerciali. (Cosa che la RAI – notoriamente – non è. Magari cerca di imporre il nuovo balzello da 400 e passa euro alle Associazioni dei Ciechi, però non ha fini di lucro; né di propaganda).

Una sera figurava tra gli ospiti Sergio Cofferati, segretario della CGIL ma noto alle turbe soprattutto quale tifoso della Cremonese ed esperto opinionista di football (la poltrona di Brera, ahinoi, era vacante da quell’infausto dicembre ’92); il quale, a domanda su quale partita dei grigiorossi ricordasse con più soddisfazione, prontamente rispose: “Cremonese-Milan 1-0, con gol di Gualco. Per diversi motivi”.

C’era anche il tecnico del Milan, Fabio Capello, che – a tempo debito – provò a replicare pacatamente; ma fu catechizzato da Walter Veltroni, altro ospite competente non meno che illustre, il quale con atteggiamento di supplice supponenza disse più o meno: “Vorrei chiedere una cosa a Capello: impegnamoci a far sì che la politica non entri anche nel calcio”. Don Fabio abbozzò con un sorriso, accontendandosi di sottolineare a mezza voce come la prima allusione fosse stata di Jimmy Coffa.

Il siparietto illustra molto bene che cosa sia il comunismo – magari camuffato con la pelle dell’agnello – in fatto di fanatismo, doppiezza ed ipocrisia.

Non solo. Il siparietto, insieme all’orgia del potere dopo la quarta Coppa del Mondo ed a tanti altri episodi, spiega un grave limite del mio spirito sportivo. Io non credo nel pannelliano disarmo unilaterale globale (che mi ricorda la frittura di Felice Caccamo) e quindi, se per lorsignori il calcio è la continuazione della politica con altri mezzi, io – con buona pace del Barone de Coubertin – non posso fare a meno di tenerne conto.

Se fossimo andati avanti nel torneo brasiliano, ne sarei stato orgoglioso e lieto “solo” per la Bandiera. Prandelli merita stima quale galantuomo, ma suscita perplessità quale uomo-sandwich di Renzi, compresa la ridicola banana-per-due (che al 50% gli si è poi già ritorta contro; basta sedersi sul lungotevere, o sul lungarno…). Vedere in tribuna d’onore – per absurdum – lo stato maggiore totalitario e la nomenklatura p.c., il 13 luglio, non mi avrebbe fatto desiderare altro che un castigo divino simile a questo:

Ben gli starebbe, sempre, a tutti quelli che intendano trasformare il football in arma di propaganda (svilendo il suo linguaggio universale, di cui parla Sollier nell’intervista già richiamata), o che in ogni caso potrebbero trarne un riverbero di consenso e di popolarità del quale non siano affatto degni.

In tutta franchezza, avevo i medesimi sentimenti anche nella finale di otto anni or sono, complice la scarsa affabilità del nostro coach (così diverso dai tempi dell’Atalanta); ma allora cambiai in corsa, perché l’energumeno franco-algerino era stato capace di soverchiare chiunque.

Acqua passata, visto che siamo fuori dal Mondiale. Nel commento all’ultimo post, alcuni giorni dopo l’eliminazione dell’Italia, Marco ha dichiarato: “[…] le mie simpatie vanno, per antica affezione ed affinità, ai crucchi, per i quali tiferò dunque […]”.

Anche mio padre manifestava tale affinità ed ammirazione, se non affezione; nonostante i due anni di prigionìa, dal 9 settembre 1943 (fu catturato – in Jugoslavia – il giorno immediatamente successivo al tradizionale tradimento) fino al 9 maggio 1945, con l’inevitabile strascico anche per via della pleurite contratta nel lager.

Nel 1970 e nel 1982 lui certamente si esaltò per i trionfi azzurri sulla Germania Ovest, così come nel 2006 per la vittoria sulla (e nella) Germania riunificata.
Ma quando non vi fossero di mezzo squadre italiane (nazionali o di club), il suo tifo privilegiava sempre i tedeschi (non condivideva neppure l’etichetta sminuente appiccicata da un suo collega a quelli della Repubblica Popolare: “i Doiccìni”). Ed anche oggi sarebbe indubbiamente così.

Per me no. Dopo la stagione del grande Helmut Kohl, non sopporto più la RFT; a parte grandiose eccezioni quali Kaiser Franz Beckenbauer, capace davvero di continuare il match con un braccio infortunato – come il Fernandez del film – ed ingiustamente non assurto alle più alte cariche dirigenziali. Avevo troppo in uggia Schroeder – peraltro sgradito anche al babbo – ed ho ancora più in uggia la Merkel (sto misurando i termini proprio per rispetto del genitore, anche se in questi ultimi anni l’avrebbe certo disapprovata: fece in tempo a contrariarsi per l’introduzione dell’IMU). Guarda caso, l’uno e l’altra formatisi politicamente dalla parte sbagliata del Muro.

Mettiamo un controveleno, va’, Diane Kruger – Helen in «Troy» (del resto la Condottiera usa l’euro come fosse il suo cavallo di Troia):

La possibilità di veder compiacersi in tribuna l’ex agit-prop della DDR ed attuale tiranna continentale (le aùguro la nemesi di Sarkozy, per i suoi plateali cachinni contro il presidente Berlusconi), beh, non è affatto compatibile con la conservazione del mio fegato – e delle mie gonadi – in uno stato di buona salute. La medesima nazionale di questo Reich, peraltro, si è dimostrata perfettamente in linea con la protervia di chi lo capeggia: non si chiede l’ammonizione di un avversario (Maicon), per presunta simulazione, quando stai vincendo 5-0 a metà del secondo tempo; e soprattutto non ci si accanisce a cercare altri gol per accrescere l’umiliazione di una squadra allo sbando, davanti al pubblico della medesima (che si chiami Sassuolo o Brasile). Repetita iuvant, come nella testa di Von Steiner – Von Sydow:

Stesso discorso avrei fatto per la Rousseff (e prima di lei per Luiz Inácio da Silva, che non chiamo col nick perché non sono Marrazzo), presidente-guerrigliera ed ex (ex?) sodale di Battisti. Con l’aggravante – semplicemente sciovinista – che i verdeoro sarebbero saliti a quota sei nel Palmarès; e già sentire qualche squinzia garota squittire il suo orgasmo di «Pentacampioni», nel 2002, mi dava in testa di brutto. Sarei stato contento – naturalmente – solo per Sua Maestà Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé. Così come sono stato molto dispiaciuto di non vedere in campo un fuoriclasse quale il da Silva vero, cioè Neymar da Silva Santos Júnior: a questo punto, posso soltanto augurargli di ristabilirsi in fretta.

Ma c’è qualcun altro che appare immune da preclusioni extra-sportive. Il 29 giugno Carlo Gallia, sulla sua bacheca Fb, scriveva:

“Grazie, Olanda, questa rattoppata Europa ti ringrazia”. E poi, nei commenti (dai quali il sottoscritto si astenne), aggiungeva: “Sai com’è, comincio ad essere stufo di ‘sti buoni a tutti i costi per cui chiunque abbia (o abbia avuto in un passato recente) le pezze al culo, ha sempre ragione e noi siamo degli imbecilli. In tasca non mi verrà niente ma tifo per la vittoria di un’europea”.

Io no. E non si tratta di specioso terzomondismo (lo lascio volentieri a Laura-non-c’è-ma-ce-fa): gli è che l’Unione Sovietica Europea di Marine, nonché Eurabia di Oriana, con il suo neo-comunismo finanziario di stampo cinese ed il suo relativismo anticristiano-filomusulmano, mi fa salire un crimine mai visto.

Lunedì scorso, dalla Slovenia, toccò sentire che il Rosso Antico – questa era di Marco – aveva commemorato la Grande Guerra parlando come Brenno (di cui rappresenta la versione meno innocua): “GUAI a chi mette in discussione l’unità dell’Europa”. Usare quell’immane carneficina (che riguardò anche un mio zio diciottenne, fratello della nonna materna), per sostenere la moderna versione tecnocratica del pangermanesimo, è un’operazione talmente sporca da riuscire ancora – e lo credevo impossibile – a meravigliarmi.

In sedicesimo, questo ameno paesello dove abito mi aveva già offerto (almeno due volte, 1983 e ’84) lo stesso spettacolo di abiezione morale e civile, allorché il compagno primo cittadino tenne livorosi comizi contro il governo Craxi e l’amministrazione Reagan, nella ribalda noncuranza di due cose: la sua veste, pubblico ufficiale con tanto di fascia tricolore, e soprattutto l’occasione, la celebrazione liturgica del 4 novembre presso il Monumento ai Caduti (davanti al Parco delle rimembranze). Beati i Milanesi che se non altro, prima di Pisapippa, hanno avuto la gloriosa tradizione di socialismo democratico ricordata dal mio Omonimo (sul Panda).

Io avrei guardato molto di buon’occhio solo un trionfo calcistico dell’Inghilterra, che ha più di un piede fuori dall’Ue, o – in linea teorica – della Russia, per i motivi già accennati nel precedente post.

E allora? Fuori la Colombia, letteralmente per esclusione, non mi resta che sperare nell’Argentina. Sì, d’accordo, festeggerebbe anche un amicone di Fidel Castro (e Lionel Messi è pure di Rosario, come Guevara), ma pazienza: non si può avere la botte piena e la serva ubriaca (“e tutti a cena da Trimalcione”, avrebbe soggiunto il solito Pannella).
Qui sarebbe fuori luogo l’auspicio “Que viva Messi”, si è già detto; e allora citerò un film del ’73 che Oreste Lionello, doppiatore di Woody Allen, girò sulla scia del suo già celebre alter ego (tanto generoso – dote rara, nello show business – da rendergli l’estremo saluto con le parole “Per anni mi ha fatto sembrare un attore migliore”).
Qual era la piccante commedia italiana ricalcata su «Provaci ancora Sam», nel titolo e nella scelta di Ubaldo Lay quale icona bogartiana? Èccola:17867 Lionel 1

Annunci