Marco Val (aka valorim60)

Anzitutto, la mia preghiera per Ciro Esposito: ch’egli possa avere pace in Cielo. E giustizia in terra.

—————————————————————————————————————————-

Questo articolo – così li definisce WordPress – era nato e tuttora vale come risposta ad un commento di Marco (seguìto da un paio di postille) in calce al precedente mini-post, «La pecorella smarrita di Mr. Tabárez: un impunito di meno».
Preso atto delle dimensioni ipertrofiche che essa veniva assumendo, ho deciso di impaginarla autonomamente secondo la prassi del Dottordivago.
Ringrazio di nuovo il sodale per gli input, ed il mèntore per l’esempio.

—————————————————————————————————————————-

Da Mughini ricordo di aver sentito bollare come “criminale” chi, nella nostra serie A, aveva perpetrato un intervento di gioco duro ai danni di qualche juventino…

Luis Suárez della “Celeste” – di séguito LS, per reverenza allo storico Luisito nerazzurro – “ha fatto una bestiata antisportiva”: tale definizione, caro Marco, mi trova assolutamente concorde.
Potrei dichiararmi soddisfatto, come gli avvocati quando chiosano “Non ho altre domande”, e lì piantarla, senza soffermarmi sugli aspetti che – vivaddio – ci sottraggono alla totale identità di vedute; ma preferisco fare qualche precisazione, giusto per non apparire incoerente con esternazioni pregresse (sul Panda e qui ad Alamo), sempre confermando il rispetto naturale – prima ancora che liberale – per il tuo pensiero e sensu lato per quello degli altri (compresi l’indimenticabile ciurmadore, anche viola, Pasquale «Due tibie incrociate» Bruno e l’imprescindibile corsivista Andrea Marcenaro).

Per me la sanzione della Fifa contro il delantero uruguagio è stra-meritata, e tuttavia non proporzionata: una squalifica a vita (peraltro non contemplata), sarebbe stata ingiusta ed assurda. Però nove match internazionali e quattro mesi di interdizione – ferie incluse – sono pochi per un reo due volte recidivo, un serial-biter (neppure considero l’obolo forzoso); e stonano con la successiva esortazione “Si faccia curare”.
Ma quale principio “3 strikes and you’re out”?! L’aggressione al braccio di Branislav Ivanović del Chelsea, seconda in ordine di tempo, bastava (ed avanzava) per togliere di mezzo il Red-hooligan tutto il tempo necessario a ficcare un po’ di buon senso in quella testa di minchia. O almeno provarci.

In un video sul sito della Gazzetta, Siniša Mihajlović ha detto che se LS avesse morsicato lui, poi gli sarebbe occorsa una dentiera nuova: non avrei potuto aspettarmi niente di diverso, dal serbo, ed ammetto di ammirarlo.
Chiellini è di tutt’altra pasta: non sarà un merito, ma non è nemmeno una colpa, dato che ci sono sempre (almeno) quattro ufficiali di gara per garantire che giustizia sia fatta, senza bisogno che questa sia sommariamente autogestita dai ventidue giocatori in campo.
Se nessuno della quaterna ha visto, è lecito nutrire dubbi sull’adeguatezza di essa; ma tendo a nutrirne sull’integrità, visto anche il rosso diretto a Marchisio per un’entrata non certo da brigatista di quel colore.

Al Pacino, allenatore di american football, diceva che «Any given sunday» si può vincere o perdere, quello che conta è farlo da uomini. E questa era la sua cifra di motivatore:

(“Ci difendiamo con le unghie e coi denti”, però, credo che nelle sue intenzioni fosse solo metaforico, anche se lì accadeva pure di peggio; e ci tornerò sopra).

I nostri azzurri – in generale – non hanno applicato quei valorosi precetti, e questa sì che deve esser riconosciuta come una colpa. Non mi sogno di discuterlo. (Del resto lo avevamo entrambi messo in conto, quando tu chiamasti in causa Dan Peterson, ovvero l’occhio della tigre anziché “di un labrador”).
Ma se tale condotta di gara condanna Balotelli & C., con qualche eccezione, non per questo assolve l’arbitro Rodriguez Moreno né – tanto meno – LS.
Il fatto poi che l’Italia-Nazione non conti un maledetto cazzo, in ogni àmbito internazionale, e possa essere tranquillamente presa per il culo da qualunque autorità estera o pseudo-tale, senza tema di concrete conseguenze, è tutto un altro paio di maniche.
(Con il risvolto positivo che il Pinocchio usurpatore – e forse il suo autocratico Mangiafuoco – hanno dovuto tirare indietro il piede che già avevano sulla scaletta dell’aereo per Rio, pronti a replicare la grottesca ed oscena parata del 2006).

La tenzone gladiatoria – con il ribollente contorno di tifo ad essa intonato – mi va benissimo, come da ripetute citazioni dell’antropologo Desmond Morris e del suo saggio «The Soccer Tribe».
Però un limite ci deve pur essere, in tutte le cose. Non deve esistere alcun rettangolo magico dove si possa commettere proprio di tutto “ché tanto rimane lì dentro”, non escluse tipologie di misfatto che altrove sarebbe perseguibili ai sensi del codice penale.
Altrimenti va a finire che, nell’impeto di una mischia, diventa naturale perfino che si cavi un occhio ad un cristiano, come appunto succedeva in «Any given sunday»; oppure che, invece di una spalla, si azzanni a qualcuno il fascio vascolo-nervoso del collo; o che gli si riservi il trattamento Max Cady, altro folle tatuato, con la ragazza rimorchiata al bar («Cape Fear», remake 1991):

Molti anni prima di Totti contro Poulsen e di Rijkaard contro Voeller, c’era stato l’autoritratto di Paolo Sollier. Probabilmente lo ricorderai, visto che lui esordiva in serie A (con la maglia del neopromosso Perugia) a metà dei Settanta, quando tu – se ben ricordo – cominciavi a frequentare lo stadio.
Militante della sinistra extraparlamentare, che salutava i tifosi col pugno chiuso, Sollier dette alle stampe un libro intitolato «Calci e sputi e colpi di testa» (non credo che si sia imborghesito da non concedermi l’esproprio proletario del titolo, per cui lo ringrazio).
Niente di nuovo sotto il sole, né sotto i riflettori delle notturne.

5697524479f95e59b0c70c8318c36213_big

Però una mascalzonata diffusa, andreottianamente, non per questo diventa opera pia.
Né il calcio né altra disciplina (dícasi disciplina) può configurare quello che Oscar Wilde disse del rugby: il miglior modo per tenere trenta energumeni lontani dal centro della città.

Oggi ci sono molti più occhi elettronici che in passato: se questi, in qualunque altro luogo, sono un mezzo necessario – sia pure a detrimento della privatezza – per scoraggiare e scoprire gli atti criminosi, perché non possono esserlo anche dentro uno stadio o palazzetto, per individuare e colpire gesti neppure lontanamente assimilabili alla dinamica vigorosa da sport di contatto?
In ogni caso, il calcio moderno asservito alle Tv può anche rimanere indigesto, ed è l’unica cosa da cui il sottoscritto si senta accomunato agli ultras, ma ormai non si può – in nome di Eupalla e di un’epica più che secolare, certamente affascinante – far finta che le telecamere non ci siano (salvo poi benedirle, intendo i protagonisti, per l’enorme giro di facile fortuna e di ancor più facile figa che esse alimentano).

Nel 1981 il portiere del Genoa, che eviterò di nominare nel testo, fece un’uscita di così scriteriata e scomposta irruenza che il suo ginocchio colpi alla tempia Giancarlo Antognoni, provocandogli un arresto cardiaco. Ma era la maldestra esasperazione di qualcosa che faceva parte del repertorio tecnico-atletico: gioco pericoloso all’estremo, non un volontario atto di violenza.

Sandro Mazzola, che aveva smesso di giocare quattro anni prima ed era nel cast di «Rotocalcio» su TMC, disse infatti – a precisa domanda – che avrebbe voluto fare una telefonata al N.10 viola – Platini permettendo; nds. – ma sùbito dopo anche un’altra al N.1 rossoblù “perché si sta davvero esagerando” col dargli la croce addosso (e c’è ancora chi lo fa, proprio nei commenti sotto il  video di Youtube).

Calcioni e sgambetti, spinte e trattenute, spallate e gomitate sono tutte scorrettezze che “ci stanno”, nella contesa del pallone e degli spazi, nel senso che sono più o meno contigue al normale confronto fisico.
Di sicuro peggio sono i colpi bassi in area, come certe strizzate di Benito «Veleno» Lorenzi, che a fine gara – da uomo devoto qual era – andava poi a confessarsi (e una volta, raccontò, ebbe la buona ventura di incontrare un prete interista).
Comunque, tutto questo può rientrare in un quadro di gesti concepibili, ancorché censurabili: se ti va male, cartellino giallo/rosso e amen. Dopo il triplice fischio, terzo tempo o no, colleghi ed amici come prima.

Ma l’atto del mordere un proprio simile è il fondo dell’abisso: è completamente avulso da tutto, è letteralmente una «bestiata» ovvero una abdicazione alla propria umanità, prima ancora che alla sportività, per trasformarsi in una sorta di Mr. Hyde della pelota; e far sembrare moderato Ozzy Osbourne dei Black Sabbath, con il famoso pipistello.
Una degradazione del sano – non santo – furore da trance agonistico, coram populo, per portarlo al livello della barbarie clandestina di un combattimento fra cani.
E, come tale, è un atto intollerabile.
(Se non quale extrema ratio difensiva, secondo la tesi accampata pure da Tyson, che – a suo dire – stava rischiando la cecità per i colpi mirati di Evander Holyfield; ma anche Iron Mike non era certo legato ad un albero, in balìa degli avvoltoi, come Conan il Barbaro).

Ugualmente intollerabili sono le altre violenze da teppisti (oppure oltraggi, quali definirei gli sputi), magari a gioco fermo o lontano dalla palla. Come la testata di Zidane, distinto e leale gentiluomo che a Francia ’98 già aveva calpestato un avversario a terra. Per me non ci può essere alcuna attenuante: alle parole del provocatore Materazzi (quali che fossero) lui doveva reagire con le parole, se l’indifferenza era impossibile, in ogni caso non con una mossa da scherano della mala algerina.
Nel 2006 era al sipario finale di prestipedatore e se la cavò, lui personalmente, troppo a buon mercato.
Come del resto nel ’98: due turni di squalifica, uno schifoso buffetto casalingo: per consentirgli di rientrare nella fase cruciale e poi, in finale, piazzare due pere decisive (su tre) al Brasile di un Ronaldo irriconoscibile.

Óscar «Figura di merda» Tabárez (quattro anni fa, fuori l’Italia, tifavo per lui), che ha dichiarato di non aver visto nulla al pari dell’arbitro, doveva sì difendere in qualche modo il suo giocatore (un diritto di ogni accusato), ma non certo permettersi di rovesciare la frittata con quei toni protervi verso gli accusatori: “Questi sono i Mondiali del calcio, non della moralità da quattro soldi”.
Football, appunto, non rollerball; né wrestling. E da quattro soldi è il suo garantismo-paternalismo negatore dell’evidenza. L’ex tecnico milanista, non si dimostra più tanto degno di chiamarsi come il primo presidente USA, il quale aveva fatto sua una frase delle Sacre Scritture: “La Verità vi renderà liberi”.
Una meravigliosa occasione per tacere è poi stata persa, a verdetto emesso, da Diego «Figura di merda 2» Lugano; e – a seguire – dal loro intero popolo, presidente della repubblica in testa:”È giusto che puniscano, ma non che infliggano sanzioni fasciste”. Coglione.

Povera Jessica «Rabbit» (per l’assonanza con “rabbia” e perché «Conejo» è uno dei soprannomi di LS), disegnata cattiva dai mass-media cinici e bari: un San Sebastiano trafitto dagli strali dei pennivendoli ed accolto in patria come un Simón Bolívar di Monte-NON-video (“Ve lo meritate Suárez”, direbbe forse Nanni Moretti alla nazione uruguagia; e quindi vi siete meritati l’eliminazione per opera di un altro Rodriguez, James: la Cuadradura del cerchio, del contrappasso).

In tema di ipocrisia, peraltro, neppure LS si è fatto mancare – dopo il danno – la beffa della simulazione in campo, che tu giustamente deprechi: sembrava che avesse ricevuto lui un colpo sui denti, tanto che ero un po’ impressionato e sinceramente dispiaciuto. (Senza trascurare il curriculum di tuffi in area, con la maglia del Liverpool).
L’impudente autodifesa ha quindi portato la misura al suo colmo:
– Versione 1) “Cose che succedono in campo”. Cosechesuccedonoincampo una bella sega.
– Versione 2) Ma che Morsi d’Egitto, “avevo perso l’equilibrio”. Certo, però non quello che ha sede nell’orecchio interno. L’assistenza psicologica, che già riceveva, necessita di rinforzi.
La finzione irridente di coloro i quali chiamano in causa la coda del diavolo, piuttosto che la “mano di Dio”, è poi così diversa dalla deplorevole manfrina di Nelson Dida che a Glasgow – per la pacca di un invasore solitario – cadde come corpo morto cade?
Non ci può essere alcuna licenza speciale per i fuoriclasse, a mio modo di vedere, in particolare quando si dimostrino soprattutto “fuori”. Il Re del football, anzi O’ Rey Pelé – sempre in un filmato sul sito della Gazza – ha dichiarato “Suárez, che vergogna…” ed ha espresso approvazione per la sentenza.

Anyway, Justice is done (“a little bit”).
Sempre in «Cape Fear» ’91, lo sbirro Robert Mitchum – che era stato il malvagio nell’originale ’62 – dice dello stalker Robert De Niro: “Noi possiamo farlo sentire a suo agio come un cane in chiesa”.
Per LS, contro le previsioni dei miei tweet ed almeno sino alla fine di ottobre, sarà davvero così: faccio ammenda verso la Fifa e mi compiaccio che, per una volta, non si sia ispirata al detto “Utilitas ante Iustitiam”.
Il Pistola – più che Pistolero – cominci ad imparare come si sta nel mondo civile, visto che ha pure due figlioletti ai quali doverlo insegnare (magari con il mònito “Non fate niente che io non farei”).
Tanti sinceri augurî di riuscirci. I morsi della realtà sono un’altra cosa:

(Anno di grazia 1994, quando all’immagine della deliziosa Winona Ryder – opportuna digressione gentile, dopo tanta brutalità – si poteva associare l’«eterna sigaretta» di Yanez De Gomera; insomma, quando nei film di Hollywood ancora si poteva fumare senza impersonare un gran bastardo, o comunque un personaggio negativo, in ossequio alle due – galline – faraone del salutismo coatto. E lo dichiaro da cinefilo liberale, senza essere fumatore).

Pazienza se nel caso del «Cannibale» non posso andare controcorrente, cosa che dà sempre più soddisfazione, come nei post su Dani Alves e la banana; o su Donnie Sterling e la puttana.

In barba al realismo dei pronostici, avrei voluto chiudere con “Adelante Don Fabio. Una volta di più, meglio russi che morti” (Putin è l’unico a combattere davvero il terrorismo islamico e a difendere i cristiani in Medio Oriente); fatta salva la grande simpatia per Jürgen Klinsmann e per la Old Glory a stelle e strisce (così bistrattata, invece, da chi tratta coi tagliagole).
Ora non mi dispiacerebbe gridare “Que viva Messi”, però evocherebbe una suggestione un po’ fuori luogo in queste Termopili Texane.
Pertanto, visto che il sullodato James Rodriguez dimostra come si possano abbinare le doti di goleador con quelle di «Quiet Man», capace di sfidare il p.c. anticristiano twittando “La alegría es de Colombia, la gloria es de Dios”, il mio tifo sarà per lui e per la sua Nazionale (che ha, pure nel nome, qualcosa di italiano).
—————————————————————————————————————————-

Riprendendo la fine del tuo commento, avevo aperto la filippica con Giampiero Mughini; desidero chiudere con un mito già sbeffeggiato da lui medesimo, a Controcampo, e divenuto poi oggetto di una sarcastica invettiva anche da parte di Sollier, cui lascio volentieri la parola (spero che nel titolo della rubrica, diversamente dal link qui sotto, l’accento sul passato remoto «fu» sia soltanto una provocazione culturale):

https://forum.termometropolitico.it/610539-il-calcio-che-fu.html

Annunci