Marco Val (aka valorim60)

Da un po’ di tempo, soprattutto in àmbito altrui («Il Panda deve morire» del Dottordivago, anche se lui generosamente ripete “Mi casa es tu casa“), ho preso l’abitudine di mettere sopra i commenti anche le mie semplici iniziali, in alternativa – e, più o meno, alternanza – al nome di battaglia (che è quello anagrafico, abbreviato nel cognome): avrei dovuto cominciare sùbito, non tanto per facilitare al massimo l’immediata distinzione rispetto agli Omonimi arrivati prima di me, quanto per ispirarmi – nel dilettantismo – ad una buona norma di chi scrive a livello professionale, ossia evitare la ripetizione della propria “firma” per esteso su di una medesima pagina.

Bene. D’un tratto mi sono reso conto – o, più probabilmente, mi sono ricordato – che le iniziali «MV» mi accomunano ad uno dei miei (per non dire “al mio”) intellettuali di riferimento: il destrorso nazionale Marcello Veneziani, di cui negli anni ’90 leggevo – delibavo – «L’Italia settimanale» ed oggi i corsivi o elzeviri sul Giornale fondato da Indro Montanelli.

La cosa mi rende, puerilmente, assai orgoglioso (quasi quanto l’analogia con Marco Van Basten). Però avevo già deciso di dare lustro a questo blog con l’articolo di Veneziani che lessi giovedì (su carta): inserendone prima di tutto il link, per il più ampio rispetto della fonte, e poi anche il copia-incolla, sia per comodità di lettura che per continuità “visiva” con quanto io avevo sostenuto in «Waterloo», nonché nel commento più datato che riciclerò come prossimo post (continuità che, vieppiù, mi rende puerilmente orgoglioso).

Naturalmente, non lo faccio senza ringraziare l’Autore e la sua testata.

http://www.ilgiornale.it/news/interni/1019182.html

Un Papa alla reception

Giovedì 15/05/2014

Non so come l’hanno presa nelle galassie la battuta di Papa Francesco sul battesimo ai marziani.

Da noi è passata quasi inosservata. Eppure annunziava in modo giocoso una svolta Ufo-teologica di non poco conto. Avrà eccitato la fantasia di milioni di persone che agli Ufo ci credono, li vedono, ci parlano. E ha aperto un enorme quesito fanta-teologico: come spiegare che il figlio di Dio si è fatto uomo ed è venuto sulla Terra, trascurando le altre galassie? O si deve credere che l’Incarnazione sia avvenuta anche in altri pianeti e con altre forme di vita?

Il Papa non l’ha messa sul piano dell’evangelizzazione, non ha ipotizzato di mandare astronauti missionari per convertirli; ma ha immaginato una loro venuta e una loro richiesta di ricevere i sacramenti. Lo scopo della parabola astropapale era dire che la Chiesa non chiude le porte a nessuno, nemmeno agli extraterrestri. E ha ripetuto il suo tormentone: chi sono io per chiudere le porte e dire a Gesù che non è prudente? Ma chi dice, caro Papa, che il Signore chiede di aprire sempre e comunque le porte, senza badare alla prudenza?

Se il Papa avesse voluto restare sulla terra e nel presente, magari avrebbe potuto dire qualcosa sui marziani nostrani di fama mondiale. Per esempio Conchita Wurst, la donna barbuta, cantante trans premiata. E già, chi sei tu per giudicare il sesso variabile, il transgender? Sei Sua Santità, se non sbaglio. Se un Papa non si esprime sul mondo e sui viventi e si limita ad accogliere, si è dimesso da Santo Padre e lavora alla reception.

Marcello Veneziani

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C’è una sola chiosa verbale: “Vangelo“.

Ed una sóla cinematografica:

Qui, infine, non posso trattenermi dal citare l’altro mio quotidiano d’elezione, cioè Libero (di ieri 20 maggio), con il giudizio sul Pontefice che – a domanda – aveva dato il Cavaliere, dìcasi CAVALIERE (e non “ex-“, come sogliono fare gli EX liberali di Via Sovietino Solferino):

– “Fa il Papa come lo farei io, è molto simpatico e ha rilanciato la Chiesa nel mondo”, sorride, “abbiamo gli stessi anni ma io me li porto meglio!”.

Non sono convinto del terzo enunciato, però sentir parlare della Chiesa come di un brand mi diverte parecchio. Nulla, tuttavia, in confronto a quella che è già nella top five – quanto meno – delle più o meno deliberate perle berlusconiane:

Fa il Papa come lo farei io

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Dopo di che, con la dovuta – e non sarcastica – reverenza, passiamo al vero profano; ma sempre in riferimento all’ultimo capoverso del Marcello nazionale.

Nel post «…con libertà e giustizia per tutti» avevo riprodotto, né rinnego, il fotomontaggio di un tweet altrui (l’account pinu @pinu_mi), che stigmatizzava una palese disparità di trattamento politico-mediatico fra Nicole Minetti e Paola Bacchiddu. Ecco l’«immagine-scandalo» di quest’ultima, pubblicata all’inizio di maggio sulla sua pagina Facebook:

o-BACCHIDDU-570Il concetto resta valido, quanto a proporzioni: nel secondo caso non si sono viste adunate oceaniche di strídule erinni neo-virginali, dimentiche della tanto sbandierata liberazione sessuale e relative porcate con le ali degli anni ’70 (talune, insisto, anche dimentiche dei conti da cui provenivano i bonifici per la loro attività nello show-biz).

Però non vorrei aver dato un’impressione di faziosa ostilità verso la diretta interessata (pure lei blogger su WordPress): tutt’altro. In effetti la giornalista free-lance signorina Bacchiddu, capo comunicazione della Lista Tsipras per le europee, è stata brutalmente denigrata soprattutto – ipsa dixit – dalle sue paludate compagne dure e pure, quale pervicace espressione del berlusconismo Minetti-style; e non se lo meritava, perché ha dimostrato di saper attirare l’attenzione dei mass-media su un soggetto elettorale che, con quel nome da psicofarmaco, forse nessuno si sarebbe filato di pezza.

Soprattutto, a differenza delle trinariciute ed autoflagellanti prèfiche in s.p.e., ha dimostrato di saper comunicare libertà di spirito e gioia di vivere, senso dell’umorismo ed assenza di settarismo: per esempio, è appena intervenuta alla presentazione di un pamphlet, dal titolo (molto ferrariano) “Siamo tutti puttane – Contro la dittatura del politicamente corretto”, scritto da una collega libertaria pro-Cav; cosa inconcepibile, per un’altra collega del Carceriere:

http://blog.iodonna.it/marina-terragni/2014/05/14/il-fascino-discreto-del-puttanismo/

[Per il quale Carceriere sono parimenti inconcepibili le accuse di macchinazione euro-quirinalizia nel 2011, nonostante il documentato libro di Alan Friedman e – adesso – quello dell’ex Segretario al Tesoro statunitense Timothy Geithner; ricostruzione poi confermata anche da Londra, senza trascurare l’analista yankee Edward Luttwak. Ma questa è un’altra storia.]

Non voterei mai la Lista Tsipras, o i “comunisti riciclati” (© G.F. Fini dei bei tempi, vent’anni fa, prima di essere dirottato dai Tullianos) qualunque simbolo e denominazione possano assumere; però continuerò a seguire tale volto umano – e muliebre – del socialismo, che mi conceda o no l’onore formale dell’«amicizia».

Il grande timoniere Mao aveva detto che “la rivoluzione non è un pranzo di gala” (vedi anche la didascalia che introduce «Giù la testa» di Sergio Leone). Forse in questi tempi di puritanesimo strumentale, di ingerenza nella vita privata e di pubblici osanna agli invertiti, la rivoluzione – liberale – non sarà un pranzo di gala ma potrebbe essere una “cena elegante”; certo, stando ben attenti a non far entrare in Arcore – nuova Alamo le cimici di gente come Vanessa Vivian Stiviano, nata Perez:

Lasciatosi alle spalle la nota troia di Bari, Calboni  Berlusconi si è ormai quasi accasato di nuovo. Altrimenti, sarebbe valsa la pena di corteggiare la Daddario giusta, l’attrice americana, che non ha l’apostrofo né le cimici e che di nome fa Alexandra anziché Patrizia.

Voi, da anime belle quali siete, tenetevi stretta Conchita (non antepongo una «S» per civile rispetto), la fresca vincitrice del Neurofestival, e limonàtevela quanto vi pare; anche se non è gradevole di viso come l’omonima – senza «h» – ex direttrice pisana dell’Unità e tanto meno può vantare le curve naturali della nostra rappresentante canora Emma Marrone (chissà poi, oltre tutto, in quale misura il presunto sdoganamento del/la “barbudo/a” potrà essere stato utile alla “Giornata contro l’omofobia” di sette giorni dopo, ovvero sabato scorso, ed alla pemanente “causa dell’identità di genere”).

Io sono all’antica e preferisco la rima, uso dire; nonché la venustà prassitelica della sullodata Alexandra Daddario, come appare nel secondo episodio di «True Detective», di cui voglio postare un bel loop per coronare il goliardico rituale di riparazione anti-Amsterdam (già ben avviato con i bikini di Agnetha degli ABBA e, tre volte in pochi giorni, della cronista-pierre Paola): J50UpHS Credo che perfino il buon Claudio Amendola del cult-movie «Vacanze di Natale» (1983), parlottando con il suo sodale di fede romanista, potrebbe sbilanciarsi a darle 9½; non di più, perché alla manica larga dell’altro lui replica: “Errore tuo: 10 in pagella si dà solo a Falcão“.

Se neppure con il mirabile gesto tecnico di Alex, nel togliere la pettorina (come dicono i bordocampisti), riesco a non deprimere di brutto e non far prorompere in saracche il mio unico interlocutore abituale (la gratitudine per il quale sarà sempre insufficiente), davvero non so più cosa tentare.

Non penso che servirebbe ricordare uno fra gli striscioni più belli mai visti ad una partita di football, perfetto esempio di umorismo e di umanesimo, come piace al sottoscritto in sintonia con Giorgio Micheletti (pisano anche lui), creatore ed allora sempre conduttore di Diretta Stadio. Il Milan di Ancelotti – purtroppo – aveva appena subìto il devastante rovescio della finale Champions 2005, ad Istanbul, per mano del Liverpool di Rafa Benitez (primo tempo 3-0, finale 3-3, sconfitta ai rigori), e la domenica dopo gli spalti nerazzurri di San Siro esibivano la scritta:

PEPPINO, CHE TI SEI PERSO…!

Si sorrideva beffardamente del magone rossonero, all’insegna di un sano antagonismo stracittadino; e con quella facezia agrodolce si sublimava il compianto (sacro e profano, inestricabili) per l’avvocato Giuseppe Prisco, ufficiale degli alpini e gentiluomo (cui era dovuta – per esempio – la riscossa forense dopo Moenchengladbach); uno tra gli uomini più capaci di rendere affascinante il romanzo del calcio, al di là dei 90′, e di guadagnarsi in modo naturale la simpatia di ogni sportivo, al di là dei diversi gagliardetti.

Ne sentiamo tutti la mancanza, figuriamoci i supporter della Beneamata.

Per tirar su il morale, dovrei invece far violenza ad una profonda antipatia – credo altrettanto condivisa – ed auspicare il ritorno sulla panchina interista dello SpecialOne portoghese, dopo la consolatoria Supercoppa di Spagna nell’ultima stagione madrilena (libidine) e soprattutto dopo gli “zero tituli” assoluti della presente stagione londinese (doppia libidine).

Ma, almeno per il momento, la seconda parte del medley di Bon Jovi è solo fantacalcio:

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