Nella prima metà degli anni ’70 esplose l’enorme successo planetario degli ABBA, che non avrebbe mai conosciuto flessioni – dischi, musical, etc. – nonostante lo scioglimento del gruppo dopo soli dieci anni di attività (qualcuno ebbe a definirli il secondo marchio svedese, dopo la Volvo).

Anch’io, adolescente, fui conquistato da quel magnifico pop di facile ascolto; rimasi dispiaciuto per il loro disbanding all’inizio degli anni ’80; e li amo tuttora, insieme con i connazionali Roxette (il duo che – si può ben dire – ne raccolse il testimone nella seconda metà degli Eighties, vedi un commento di alcuni giorni fa).

Nel 1974, gli ABBA avevano vinto l’Eurovision Song Contest – da noi abbreviato Eurofestival – con questa canzone:

Non so per quale dannata ragione, il quartetto superstar divenne poi oggetto di tentata appropriazione da parte degli omosex ed affini: una velleitaria “riduzione ad icona”, di nicchia, che ebbe la sua apoteosi nel film «Priscilla – La regina del deserto».
A me sembra che la deliziosa biondina Agnetha Fältskog, tra le mie predilette cantanti di sempre, avesse un fascino tutt’altro che ambiguo (da qualunque lato la si guardasse). Idem per la mora Anni-Frid, l’altra «A» dell’acronimo; e così per la componente maschile, Björn e Benny.

Non mi capacito del fenomeno specifico, ma trans-eat (rigorosamente latino, niente inglese): vivi e lascia vivere.
Impegnamoci a prendere esempio dalla maturazione dell’operaio comunista Pozzetto in «La patata bollente», prima anti-gay e poi gay-friendly. Fino ad un certo punto, si capisce (tra i 5 ed i 6 minuti):

Quello che mi fa davvero incazzare a bestia è un’altra cosa: il fatto che, nell’anno di grazia 2014, proprio un travestito barbuto – sic! – sia stato ammesso al circo della suddetta rassegna canora, ormai fagocitata dall’orrido blob del politically correct; e soprattutto il fatto che vi abbia – prevedibilmente – trionfato, in quel di Amsterdam, a maggior gloria dell’assolutismo relativista che domina l’Europa “Occidentale”.
Giochi senza frontiere etiche, né limiti di decenza almeno estetica. Tanto da trascendere nell’auto-parodia: viene in mente il film comico «Top Secret!», con le atlete della DDR (di Honecker e della giovane Angela Merkel) oscenamente ipertricotiche per le continue pere di anabolizzanti maschili.

[Però – scusate – io rimango spontaneamente ancorato al vecchio motto “est modus in rebus”; e, come Renato si trattiene dal baciare la «sposa» olandese di Ranieri, mi rifiuto di postare qui sia un’immagine diretta che qualunque semplice link della dancing-drag-queen trionfatrice: “Due toast e due birre…”.

images AGNETHA

Piuttosto che ad un culo austriaco di oggi, è cosa buona e giusta rendere omaggio alla callipigia scandinava dei Seventies.]

E quindi, quarant’anni esatti dopo quell’exploit musicale (e 199 anni dopo la débâcle di Bonaparte), questa è la «Waterloo» dei giorni nostri. Senza Agnetha, purtroppo; e senza gli ABBA. Ma soprattutto senza “Abbà, padre”: perché tale invocazione atavica della Bibbia, dopo la sostanziale abiura tecno-burocratica delle radici continentali, si avvia ad essere sostituita dalla funesta “Allah Akbar” per mano dei confedeli di Abdul-Jabbar.
Una «Waterloo» culturale e politica determinata dal disegno para-napoleonico (più para-) di esportare ovunque la demente rivoluzione franco-belga, di Strasburgo e Bruxelles, in sfregio alla famiglia naturale (prima ancora che tradizionale); una sconfitta destinata ad essere seguíta da una restaurazione non a cura delle potenze europee, ormai corrotte ed imbelli (Russia a parte), bensì a cura delle teocrazie islamiche e del jihad; con l’armageddon della demografia dilagante, nell’ipotesi migliore, a schiacciare e soppiantare le nostre democrazie degenerate (quanto Sodoma e Gomorra).

Il Festival trans-nazionale è un’altra Alamo di cui ricordarsi il 25 maggio.

Save Our Souls: salvate, anzi salviamo le nostre anime giudaica e cristiana.

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