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Sul palco di Vancouver, la disinibita popstar Miley Cyrus ha rievocato – figurativamente – una pagina gloriosa di recente storia USA: microfono alla mano, ha finto di fare heavy petting (limonare duro, traduciamo così) con un ballerino mascherato da Bill Clinton.

Ma soprattutto la «Grande Lewinsky», Monica, è finalmente uscita dall’ombra della damnatio memoriae (“Un narcisistico cartone animato” l’aveva definita Hillary Rodham Clinton, da che pulpito) e, magari anche per le sue note simpatie repubblicane, ha attaccato la coppia presidenziale degli anni ’90.

Well done. L’incubo che nel 2016 trionfi quella ex apocalittica sessantottina, poi integratasi al vertice dell’establishment nel modo più tronfio che sia possibile (basta vederne la camminata), è adesso un po’ meno vicino.

Intendiamoci, per gli atti e i detti della vita privata chiunque dovrebbe essere lasciato in pace (anche se l’Oval Office tanto privato, stile garçonnière, non lo sarebbe).
Però William Earl Clinton, giustificato perfino dalle feminazis – impietose contro la ragazza – pur di dare addosso alla destra del suo accusatore Kenneth Starr (anche nel nostro Belpaese, come stigmatizzò Giuliano Ferrara su Panorama), poté continuare a fare il Presidente degli Stati Uniti, garantendo magnifiche sorti e progressive a sé stesso e consorte, nonostante avesse fornicato con una sottoposta ed avesse poi pubblicamente spergiurato il contrario.

[Se non allora, quando? Al tempo, al tempo… C’è libertino e libertino, così come c’è callipigia e callipigia:

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Fine della – piacevole – digressione in chiave italiana. Si ringrazia l’account Twitter pinu @pinu_mi ]

Donald Sterling invece non potrà continuare a fare il presidente dei Los Angeles Clippers per avere semplicemente chiesto alla sua girlfriend – in stretto àmbito confidenziale – di tenere un profilo pubblico meno civettuolo e promiscuo (sto cercando di bilanciare la coprolalia del primo post sull’argomento), dopo che lei si era fatta vedere alle partite in compagnia di black stallions ed aveva inoltre pubblicato su Instagram qualche sua foto con Magic Johnson.

Il colmo è che, a pontificare di razzismo, sia poi intervenuta su «Time» anche una leggendaria superstar NBA come il signor Ferdinand Lewis Alcindor Jr.: la religione che volle abbracciare, con il nome di Kareem Abdul-Jabbar, non è  propriamente un modello di rispetto verso le altre culture e le altre etníe.
Intanto la señorita Vanessa Vivian Stiviano (nata Perez), fedifraga raccoglitrice di prove più dell’ex stagista, se ne va in giro con il volto coperto da una visiera, come una supereroina del p.c. islamisteggiante:
http://www.blitzquotidiano.it/foto-notizie/vanessa-vivian-stiviano-foto-visiera-impazzano-web-foto-1854222/

“… with liberty and justice for all”, si conclude così il Giuramento di fedeltà alla bandiera, la Old Glory a stelle e strisce. (Anche se non sarà certo come giurare sulla “più bella costituzione del mondo”; la quale ultima pone a suo fondamento una oggettiva necessità, il lavoro, anziché i diritti dell’individuo. Ma questa è un’altra storia).
Il caso del patron californiano, che – al pari di Guido Barilla – sta avendo un atteggiamento troppo contrito e remissivo (specie per un ex procutatore) nei confronti dei neo-stalinisti, quali il commissiario NBA Adam Silver (ne ha pure la faccia), DEVE diventare una battaglia liberale del Great Old Party; se non si vuole che George Orwell diventi attualità del 21° secolo: sia con «1984», per la riservatezza dei cittadini indebitamente violata, sia con «La fattoria degli animali», per il trattamento da “più uguali degli altri” garantito ad alcuni di loro come via d’uscita dallo sputtanamento.

Sterling condivide il nome con Donald Duck, di cui l’altra volta si era parlato nei commenti: prenda ispirazione dal carattere pugnace del papero, anziché dall’altro significato di «Duck» (l’imperativo “Abbassa la testa”; vedi il titolo yankee del film di Leone). Lui deve restare alla massima ribalta del basket professionistico, ove si trova dal 1981; viceversa i due cripto-socialisti venuti dall’Arkansas (lei nativa dell’Illinois, per la precisione), e corifei del pensiero unico politically correct, non devono rientrare alla Casa Bianca sedici anni dopo, quando finalmente ne dovranno sloggiare – lasciando un pessimo ricordo – le loro carbon-copies che attualmente vi risiedono.

Forza Miley. Forza Monica.

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