Nel post del 1° maggio, avevo evocato gli scontri nell’Irlanda del Nord ed abbiamo avuto un Saturday Bloody Saturday: non doveva essercene bisogno, per capire che sono le armi – improprie, da taglio e da fuoco – il vero pericolo pubblico n.1, invece delle banane, negli stadi del football ed in generale nei luoghi battuti dagli estremisti del tifo. Come gli autogrill, per esempio, dove si tendono vili agguati agli esponenti delle fazioni avverse. Ma qui è più popolare agire penalmente contro i tutori dell’ordine, gli Harry “la Carogna” Callaghan (Dirty Harry Callahan), e prendere ordini da chi inalbera l’acronimo “ACAB” o si fa chiamare lui «’a Carogna».
I migliori augurî a Ciro Esposito.
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Marco aveva concluso il suo primo, e principale, commento al medesimo post con queste parole:
– Comunque hai ragione: Prandelli basta vederlo in faccia per capire che non andremo lontano: brav’uomo, povera stella, ma per lanciare alla guerra la tua truppa devi avere gli occhi di Dan Peterson, non di un labrador.
A mia volta sottoscrivevo il giudizio sul condottiero yankee:
– […] un coach ed un personaggio, effettivamente, “larger than life”.

Dovevo aggiungere che la grandezza di Peterson non fu intuita da tutti, all’arrivo in Italia, visto che qualcuno – come proprio lui avrebbe spassosamente ricordato – lo definì allora “una mezzasega”.

Invece non sono affatto “larger than life”, ma piuttosto si avvicinano al concetto di “mezzeseghe” (in senso intellettuale e civile) gli attuali dirigenti del basket professionistico USA. Quindi adesso riprendo e sviluppo l’ultima risposta-lampo del dialogo con il mio Omonimo. Il Maestro parlerebbe forse di Ris-Post.

Il motto di questo blog, strettamente correlato alle incazzature del momento, è “Sui principî, né la resa né la trattativa”.
Uno di essi, sacro ed inviolabile dal Quirinale all’ultimo diseredato, è certamente il diritto alla privatezza (mi picco – in questo caso – di usare la parola italiana, come era solito fare il magnifico Bastian contrario che – quarant’anni fa – sfanculò una Via Solferino ormai sovietizzata, dove l’editore non sembrava Rizzoli bensì Curcio).

La privazione della privatezza, invece, è un sopruso che in Italia nemmeno mi stupisce più.
Qui i magistrati di partito, anziché restare nell’alveo giuridico e perseguire le fattispecie di reato, si mettono a fare i Porcii Catoni Censori e additano al pubblico ludibrio quanto accaduto – se accaduto – fra adulti consenzienti; in ciò assecondati dai loro organi non ufficiali come il Carceriere della Sera, un euro e novanta di morbidezza (l’ultima volta, con l’allegato obbligatorio; oggi, per la precisione, il prezzo-base di un euro e quaranta).

Oltre agli atti, nemmeno le conversazioni private si sottraggono alla loro fanatica tracotanza moralizzatrice; a meno che tu sia il monarca, legibus solutus, di questa Repubblica.

Io, in un èmpito di sdegno, voglio poter esser libero di accantonare la civiltà e dire il cazzo che mi pare, fra le mura domestiche o in altri àmbiti riservati, così come nella corrispondenza (cartacea o elettronica fa lo stesso), senza doverne rendere conto ad altri che non sia il Padreterno (quello doc).

Su internet sto ben attento a ponderare i termini e a non incorrere nel reato di diffamazione, specialmente quando mi trovi ospite di uno spazio altrui, accessibile a tutti: per questo, oltre che per disprezzo e per diletto, ho l’abitudine di storpiare i nomi con giochi di parole più o meno forzati.

Ma se in casa, davanti alla Tv, mi viene da prorompere in qualcosa di peggio rispetto a Tutankomun / Savoia Borbonico o rispetto a Sister Act / Ius Sòla, e succede quasi ogni giorno, nessuna eventuale troia prezzolata dovrebbe permettersi di registrare artatamente i miei scleri e poi – se contassero qualcosa – di propagarli ai quattro venti; in ogni caso, nessuna toga strapagata dovrebbe usare quel materiale per sostenere contro di me un’accusa di vilipendio o razzismo, né consentire che esso provochi ripercussioni in àmbito civile, ed anzi dovrebbe perseguirne l’illecita diffusione mediatica.

Questo in un mondo perfetto, dove i beceri e barbari slogan del ’68 (“Anche il privato è politico”) fossero lasciati annegare nella loro stessa perversa ridicolaggine.
Nella realtà è ben diverso. Ma se certi soprusi in Italia non mi stupiscono più, dicevo, dagli USA tuttora non me li aspetto e ne rimango sconcertato.
A nove fusi orari da qui, ecco che cosa è accaduto al presidente dei Los Angeles Clippers, per mano di una Federazione spregevolmente obamizzata e lobotomizzata, sulla base di una “prova audio” dal valore legale inferiore a zero.

http://www.corriere.it/sport/14_aprile_29/razzismo-nba-sospende-vita-patron-la-clippers-sterling-571f55a0-cfca-11e3-bf7e-201ea72c5359.shtml

Radiazione, interdizione, megamulta, “invito perentorio a vendere”?! MA COME CAZZO VI PERMETTETE, STRONZI IPOCRITI CHE NON SIETE ALTRO!

Gli Stati Uniti d’America: una nazione fondata da perseguitati europei, i Padri Pellegrini, e affondata da un clan di persecutori, le jene del politically correct.
Come si può ostentare il massimo riguardo per la libertà d’espressione pubblica, garantita dal Primo Emendamento e giustamente invocata in tribunale anche a difesa del porno-editore Larry Flynt, per poi soffocarla addirittura nella sfera privata?
Ciò che ha fatto la NBA è degno della DDR (di Erich Honecker, della Stasi e della giovane Angela Merkel), o dello Stato etico cui si cerca di ridurre l’Italia – in pieno delirio d’onnipotenza togata – “rivoltandola come un calzino”.

Non è raro sentir dire: negli Stati Uniti le intercettazioni sono usate con parsimonia. E nemmeno la sicurezza nazionale viene accettata come valido motivo per una sorta di Grande Fratello orwelliano, come il Prism di Edward Snowden, vigilante sulle telecomunicazioni.
Palle, nient’altro che palle, grosse come quelle da basket; visto che una qualunque latin slut (sì, latin è superfluo: fallo di reazione anti-ispanica) può immortalare un tuo sfogo in maniera fraudolenta, usarlo per vendicarsi o ricattarti, divulgarlo in Rete, condannarti alla gogna mediatica e di fatto alla morte civile (non “solo” all’ostracismo sportivo), sia pure – forse – senza conseguenze penali, invece che essere mandata lei a farselo buttare nel culo (e anche di corsa) per la fellonìa di un comportamento immorale ed illegale.
Comunque, voglio sperare che Donald Sterling non si arrenda senza combattere, bensì che mobiliti uno stuolo di avvocati con i controcoglioni e sposti il caso dal piano personale a quello delle stesse libertà costituzionali per tutti i cittadini.

Nessuno aveva mai blatTerato di razzismo per il film «White Men Can’t Jump» (1992), in italiano «Chi non salta bianco è», del regista bianco Ron Shelton, con Wesley Snipes e Woody Harrelson, in cui il titolo ha un intuibile doppio senso di natura sessuale, lusinghiero per i black.
Nessuno aveva mai blatTerato di razzismo, rimanendo in tema, per il detto – lusinghiero nel medesimo senso – delle prime femministe liberate e interracial: “Try it black and never come back”.

Michelle Robinson Obama, la quale alla vittoria del marito improvvidamente dichiarò che per la prima volta si sentiva orgogliosa di essere americana, avrà di che essere soddisfatta.

Però il grande Wesley Snipes, e l’altrettanto grande Eddie Murphy (entrambi doppiati dall’indimenticabile Tonino Accolla), non si meritano il dilagare incontrollato di quella merda p.c. refrattaria all’umorismo ed al raziocinio.

John Ellis Bush e John McCain, spazzatela via una volta per tutte.

 

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