N.B. – Il presente post è in realtà un modo per sottoscrivere il commento di Marco datato 10/04/2014 (anche se lui, che ringrazio, si firma con l’iniziale minuscola), in appendice all’articolo «Vergognati la faccia, Dottordivago», da quest’ultimo pubblicato il 25/03/2014 sul proprio blog «Il Panda deve morire».
Chi avesse la compiacenza di leggere, pertanto, è pregato di immaginare il seguente sproloquio come se fosse nella sede sopra descritta, a cui era destinato; e di considerare che è stato dirottato qui per rispetto al nostro Blogger di riferimento, viste le sue recenti dichiarazioni sulla carenza di tempo libero e la precarietà di connessione internet.
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“Sì, grazie: nero, con poco zucchero”, diceva James Bond a Istanbul, nel film «Dalla Russia con amore»; ma lui era in àmbito privato, ospite del suo referente locale Kerim Bey.

Sono d’accordo con Marco. In ogni bar, o esercizio simile, sul bancone dovresti già trovare il dolcificante, compreso quello dietetico: non puoi essere costretto a bere il caffè amaro, se vuoi mantenere un minimo di riserbo sui tuoi problemi dismetabolici.
I dati relativi alla salute non facevano parte delle “informazioni sensibili”? Anche lì si tratta di una finta premura verso l’individuo, di uno specioso riguardo alla “privatezza” (come giustamente si intignava a definirla uno di Fucecchio): il regime permanente, fra intercettazioni e tracciabilità, si fa i cazzi di tutta Italia come se invece che nella Repubblica democratica di Angelino fossimo in quella (precedente) di Angelona.

Non è capitato di rado che una parola tirasse l’altra – pur senza tanta originalità – e mi facessi prendere la mano dalla penna (o dalla tastiera): qui in effetti avevo in animo di vergare solo due o tre espressioni per fare da controcanto, giacché le tendenze descritte e stigmatizzate da Marco sono realtà oggettiva, anche se non credo che riusciranno a prevalere sulla tradizione.

Prendendo spunto da due suoi passaggi, “Eataly” e “Mala tempora currunt” avevo prima reagito scaraventando il tweet “Stephen King’s IT – ALY” (con riferimento al famoso romanzo in cui, come tutti sanno, c’è di mezzo un pernicioso pagliaccio). Lo ha notato, o comunque apprezzato, soltanto un utente di Londra – tale Zeus Williams@NASAsApprentice – che nemmeno risulta seguirmi: boh, sarà un fan dello scrittore di Portland, Maine ed avrà ricevuto da Twitter una segnalazione su misura; magari sarà pure un anti-italiano a cui il calembour avrà procurato un orgasmo (eterogenesi dei fini). Comunque sia, il merito va diviso tra Butch & Sundance.

Poi ho buttato giù il presente commento, che si è via via dilatato, spero senza approfittare – almeno nella qualità – del fatto che il Boss si trovi attualmente in un “Dark Territory” delle telecomunicazioni, tipo il treno di Steven Seagal attraverso le Rockies in «Under Siege 2».

Sotto assedio, appunto: il bar come una specie di oasi, adesso minacciata dall’avanzante desertificazione – sotto la sigla p.c. – dell’antico vivere civile. A Villa Vicentina – UD, dove prestai 10/12 del servizio di leva, c’era un locale che si chiamava proprio così: «Oasi».
Ancora di più mi viene in mente il ristoro, soprattutto dell’animo, che ti possono offrire quelli dentro gli ospedali. Altro che il coffee-break davanti ad un distributore automatico.

Il bar come microcosmo di varia umanità (che questa si conosca, in buona parte, o no), ormai incompatibile con i larghi orizzonti terzomondisti ed equosolidali (“l’amicizia è una conventicola anti-sociale” sentenziava l’intellettuale Stefano Satta Flores – guarda guarda – di «C’eravamo tanto amati»); come tempio consacrato ai misteri agonistici di Eupalla, una volta profondamente estranei alle donne (per molte delle quali il “centromediano metodista” doveva sembrare, al massimo, l’officiante principale di un rito protestante concelebrato); il bar come ultima ridotta del cameratismo maschile, dopo che è finito l’off-limits delle Forze armate, e pertanto da disprezzare se non smantellare: vedi alla voce “chiacchiere da -“.
O anche alla voce “umorismo da bar”, quale sarebbe apparso – nella migliore delle ipotesi, salvo denuncia per molestie – l’atto di replicare ad una delle sventurate in grembiule: “Dàmmi un po’ di zucchero, baby” (dal film «L’armata delle tenebre», titolo che qui fa gioco: oscurantisti mascherati da illuministi).

Al diavolo il p.c., dunque, e viva «The Punisher» – 1989 con Dolph “Io ti spiezzo in due” Lundgren (da noi ribattezzato «Il Vendicatore», a sproposito, visto che sugli albi era da sempre «Il Punitore»), quando finalmente si libera e torce il collo ad una troia di villain asiatica, che lo aveva catturato e torturato: una scena di grande libidine, allora, ma oggi semplicemente irrealizzabile.
Anzi, improponibile. Anzi, inconcepibile.

Altrimenti Laura-non-c’è-ma-ce-fa (per esempio facendo la sacrificata per l’apparato di sicurezza: 12 agenti 12 di scorta, 24 ore su 24, con due BMW Serie 5 blindate anti-bazooka), come recitava un pezzo degli 883, “s’inkazza”; e ti ficca dentro per sessismo, con l’aggravante del razzismo, nonché per istigazione al «femminicidio» (se invece, sbroccando, spari ad un carabiniere – storia del 28 aprile 2013 – sei “anche una vittima”).

Neologismo, quest’ultimo, fregnone nella forma non meno che nella sostanza, perché – ci ribatto – “foemina” in latino ha una sola «m».
Ma ormai è d’uopo ignorare o rinnegare le nostre radici, altresì etimologiche: non hanno nozione o cura, gli stronzi (e le stronze), del fatto che con lo stesso procedimento linguistico, modellato sull’italiano attuale, si imporrebbe il conio di “uomicidio” con la «u» (in barba al latino “homo”).

La nostalgia, o la resistenza, mi spingerebbe a chiudere con «Gli anni» o – rispettivamente – «La dura legge del gol», perché Max Pezzali del citato periodo 883 (anche se ora ha saltato il fosso) resta il supremo aèdo del bar nostrano, almeno sul piano quantitativo.

Però è Pasqua. Vabbé, Happy Easter to everyone (nonostante vogliano renderla troppo più Eastern che Western, in tutta Eurabia), ancora con Robbie Williams:

 

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