N.B. – Il presente post, in due parti, è in realtà un commento all’articolo del Dottordivago «Renzi, poi basta.», da lui pubblicato il 24/02/2014 sul proprio blog «Il Panda deve morire»; il quale ultimo, gli avevo scritto e adesso ribadisco, corrisponde per me al Peripato.
Chi avesse la compiacenza di leggere, pertanto, è pregato di considerare il seguente sproloquio come se fosse in appendice alla predetta Sede principale: formalmente lo pubblico qui, sulla mia dépendance (chiusa ai motori di ricerca), più che altro per rispettare la minore disponibilità di tempo libero che ha il Dottor Carlo Gallia – Cops Serramenti, in questo periodo di ristrutturazioni edilizie agevolate e di sua personale transizione abitativa.
Da «Alamo», cordiali ringraziamenti a lui medesimo per gli input specifici e per la promozione generale, a Scurpenin per il primo accesso firmato all’interno della missione ed agli eventuali altri lettori – in anticipo – per il benevolo interesse, manifesto o tacito che esso sia.
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“Noi due in fondo siamo uguali: fottiamo la gente per denaro”, il businessman Richard Gere alla hooker Julia Roberts.
Ma ci sono anche altri modi di fottere la gente per denaro: per esempio estrarre dalla borsa un ferro del mestiere e, pur di conservare la cadrega ministeriale con relative prebende, piantarlo dietro a chi ti aveva paracadutato su di essa.
Sì, sì, formalmente è tutto ineccepibile: ogni rappresentante del popolo esercita l’attività “senza vincolo di mandato” = fa il cazzo che vuole; probabilmente sentendosi un fuoriclasse tipo Luis Figo, rispetto agli schemi della nazionale portoghese anni zero (e novanta).

Una volta Vittorio Cecchi Gori,  prima della famosa discesa in campo, motteggiò: “A Berlusconi gli dài un dito e si prende il culo”. Direi che, negli ultimi anni, Il Cav ne abbia subìto un contrappasso dopo l’altro: ha concesso molto a uomini e donne che poi lo hanno turpemente scaricato, anzi hanno contribuito a buttargli addosso palate di terra, magari con la bronzea sfacciataggine di intonargli il salmo 129 (De Profundis). “Amicus certus in re incerta cernitur”, disse una volta Gianni Brera non ricordo a che proposito.
Di solito la defezione non ha portato bene ai fedifraghi, ultimo caso la ministra delle politiche agricole; ma questa è un’altra storia, che spero non dovrà attendere il 2018 per avere ulteriori conferme.
(Ex grilliani*, civatiani, cuperliani e vendoliani potrebbero tagliar fuori, come ininfluenti, le teste di Cassio e di Bruto. Augurarsi la Cosa rossa del Pippo pd, da parte di un borghese destrorso, equivarrebbe a tagliarsi i coglioni per far dispetto alla moglie. Ma se dovesse proprio realizzarsi quel disegno, lì per lì non potrei fare a meno di identificarmi in Massimo Boldi quando gongola: “Sto godendo, ah, come sto godendo…”).

Io avevo tentato perfino una mezza difesa delle – oggettivamente – sacrileghe Pussy Riot, contro gli eccessi di rigore punitivo (lèggi Siberia); e lo avrei fatto anche se una di loro, Nadezhda Tolokonnikova (non ho nemmeno bisogno del copy&paste), non fosse così attraente e così meritevole – sempre consensualmente – di una pigiatina diversa, rispetto a quella che le ha testé riservato la milizia cosacca sul Mar Nero.
Posso dunque spendere due parole anche a favore della Minetti, come persona, dato che non basta la sentenza di primo grado a farne una colpevole (e qui l’attrazione c’entra ancor meno, visto che lei ha una fotogenìa un po’ ondivaga né certamente mi piace quanto la sullodata Nadja).

Siamo uno strano paese, che si sdilinquisce ad ogni passaggio TV di «Pretty woman» (ne ho il dvd, beninteso, non solo per via di Roy Orbison o dei Roxette), tributando venerazione alla romantica passeggiatrice Vivien – non restìa alla fellatio – e condividendo la sua rivendicazione “Voglio la favola!”.
Ma quest’ultima parola, manco fosse stata detta dal Lino Banfi più ruspante, subisce una brutale contrazione quando si tratti dell’ex showgirl Nicole: negandole ogni credito, la si descrive (in sedi diverse dal Panda) quasi come un’entità sub-umana, la si stigmatizza quale igienista dentale i cui “sciacqua e sputa” rivolti a sé stessa siano l’elevamento a potenza di tutti quelli rivolti ai pazienti, e così una sommaria gogna mediatica si contrappone al farisaico altarino della boccalona yankee.
 
Ripeto: esistono ancora i tre gradi di giudizio, per la materia di rilevanza penale, o esiste solo il terzo grado a mezzo stampa dei Repubblicones? E, al di fuori di quella  materia, esiste per tutti il diritto alla privacy o esiste solo per le telefonate compromettenti del primus super pares (invece che inter pares e super partes), riguardo ad amici ed amici degli amici?

La legittima consorte dello storico duce rosso, il quale dette nome anche ad una città sovietica, non era certo colei che divenne deputata e – in età matura – sarebbe stata innalzata fino alla Presidenza della Camera: eppure, nessuno che abbia osato parlarne in termini men che rispettosi.
Ah, ma quella doveva essere una relazione ispirata al dolce stil novo di Dante & C.,  alle affinità elettive di Goethe; vuoi mettere con i bagordi orgiastici dal nome finto-swahili (che io, MV, mi rifiuto di scrivere e di pronunciare: ognuno ha le sue preclusioni)…

Doppia morale, al solito, e doppia verità.
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*Sì, d’accordo, ormai si è affermato l’aggettivo-sostantivo “grillino” e l’uso è sovrano, nella lingua; ma io (tranne che in un contesto apertamente ludico) tenderei a preferire la desinenza in -iano, di generale applicazione per gli altri leader: da Occhetto nessuno derivò «occhettini», da Alfano nessuno deriva «alfanini» (ammesso che quest’ultima specie di seguaci esista in natura).
Lo stesso Beppe Grillo si lamentò una volta, con ragione, che quell’apparente diminutivo suonasse proprio come una diminutio, vòlta a ridicolizzare il suo Movimento.

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