N.B. – Vedi premessa alla prima parte del post.
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L’Italia, fra tracimazioni dei corsi d’acqua e delle alte cariche, ha una parentela con l’antico Egitto che va ben oltre quella notoriamente millantata dal satiro satireggiato: mi riferisco – si sa – proprio all’epoca dei faraoni, in particolare uno (da me già distorto almeno tre volte: vedi alla voce Tutankomun).
Manca solo che – prudenzialmente – si cominci tutti a deambulare in stile «Walk like an Egyptian» delle Bangles. 

Riguardo al machiavellico principe Matteo Senzavoti, credo abbia la stessa legittimazione a governare che aveva l’autentico principe Giovanni Senzaterra, quando re Riccardo fu temporaneamente assente dall’Inghilterra per la terza crociata e altre storie malate.
Tra l’altro il sottosegretario alla presidenza del Senzavoti, ovvero Graziano Delrio, ha pure il physique du rôle per rispolverare i fasti fiscali dello sceriffo di Nottingham, e mi pare che stia entrando molto bene nella parte.

[Poi non credo che basti una valanga rosa, per partito preso boldriniano, a garantire la cosiddetta rappresentatività; né il “largo ai giovani”, altrettanto per partito preso, a garantire l’autorevolezza internazionale. Con quel tandem difesa-esteri, i figli di vacca sacra stanno già tremando.
Alla compagine non manca neppure una graziosa e un po’ supponente Lady Marian, Madìa; tanto di Robin Hood non si vede l’ombra, con tutta la buona volontà dell’altro Matteo, quello in verde…
Non c’è frate Tuck, ma sembra che dalla finestra sia in procinto di  rientrare Whoopi «Sister Act» Goldberg. Hallelujah!].
 
D’accordo, il Dottor Sottile non è arrivato personalmente – come si paventava – alla barra dell’economia (e Balanzone mira al Colle); però c’è arrivato un tecnocrate vicino a lui, D’Alema e Monti, nonché ben infeudato alla Cupola europea (“Sa cosa deve essere fatto”, l’estate prossima), semi-omonimo ed omologo di quel suo predecessore prodiano – riposi in pace – che magnificò la grande bellezza delle tasse. 

Insomma, per il Pupone viola cresciuto a pane e volpe, benedetto dal pataccaro svizzero, faccio Laocoonte – alle porte di Troia – verso il Cavallo offerto dagli Achei e dico “timeo Danaos et dona ferentes” (è curioso che abbiano scelto quel nome, Danaos, per darti proprio il calcio, sia pure nel senso di elemento chimico).
O, meglio ancora, rubo una battuta al grande Neil Simon, dal copione del film «The marrying man» (per noi «Bella, bionda e dice sempre sì», senza allusioni all’ex consigliera regionale), con Kim Basinger, Alec Baldwin e Robert Loggia, il quale ultimo la diceva al secondo:

– Tu usi la tua simpatia come se fosse vasellina.
 
Qualcuno, che già pregustava il secondo panettone a Palazzo Chigi, potrebbe testimoniare tale uso da parte del neo-successore, vedasi lancio dell’hashtag #enricostaisereno.
(Peccato che a Firenze, ed in tutta la Toscana, circoli il detto che a Tranquillo gli frullavano la moglie).
Nel rapporto con noi cittadini, vasellina è anche rassicurare che non ci saranno aumenti delle aliquote sulle rendite finanziarie, i risparmi di una vita, ma soltanto “rimodulazioni”.
Ora sì che mi sento Tranquillo.

Ci vuol poco a sospettare tutto ciò, al di là degli atteggiamenti fuori protocollo – molto in auge, su entrambi i lati del Tevere – che fanno tanto «Trading Places – Una poltrona per due»: un furbo Eddie Murphy sparabattute, piazzato lì per scommessa da un paio di vegliardi burattinai (padroni di due cose omonime, di cui una è un giornale), per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Indovinate chi pagherà il prezzo, della scommessa.

Eppure – bizze di Marino a parte – c’è un’aria del genere “non disturbate il manovratore”, partito dalla stazione Leopolda di Firenze, e non mi piace per nulla: sono un tradizionalista, resto legato a quella crazy little thing called democracy.

Essi ne hanno bisogno, certo, dell’acquiescenza: e la ottengono perché “questo è un paese di pecore”, come disse Indro Montanelli riferendosi al fatto che nessuno avesse voluto riconoscere a Giovanni Guareschi di essere stato “un grande soldato della libertà”.
Ne hanno bisogno, e la ottengono, perché sono ben consapevoli di essere minoranza – e dunque oligarchia – nella Nazione.
Ma questo non li ha mai fermati. Il loro ex Piccolo Padre – ma grande figlio – Stalin si produsse in una mirabile arguzia, che per pochi istanti ha il potere di rendermelo sinistramente simpatico:

– Visto che non posso avere la maggioranza, mi accontenterò dell’unanimità.
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P.S. – (Poco meno di un anno fa, mi pare per altri, avevo già evocato sul Panda l’immagine metaforica dell’apprendista stregone con le scope. Oggi è meglio tirar fuori la stecca da biliardo).
 
E comunque lo svelto Rottamatore, èmulo dello spaccone Fast Eddie Felson, si guardi bene dai cari compagni, proprio per il fatto di non essere sgradito a Giuliano «Minnesota Fats» Ferrara: ho l’impressione che più di uno vorrebbe preparargli la stessa fine che il racket riservò al personaggio di Paul Newman, nel 1960.
E dopo «The Hustler» a lui occorsero ventisei anni, con «The Color of Money», per poter dire: “Sono tornato”.
Chi di hashtag ferisce…
  
 
 

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